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Dai manicomi agli psicofarmaci: la lotta dell’Italia per i diritti in materia di salute mentale

INFORMATIVA: Alcuni degli articoli che pubblichiamo provengono da fonti non in lingua italiana e vengono tradotti automaticamente per facilitarne la lettura. Se vedete che non corrispondono o non sono scritti bene, potete sempre fare riferimento all'articolo originale, il cui link è solitamente in fondo all'articolo. Grazie per la vostra comprensione.

In una società sempre più consapevole dei problemi di salute mentale, il confine tra trattamento e coercizione rimane inquietantemente sfumato, soprattutto in Italia, dove una riforma vecchia di decenni è stata sia elogiata che criticata perché obsoleta di fronte alle nuove sfide.

Una recente mostra a Milano, “Psichiatria e diritti umani: dai manicomi agli psicofarmaci” rivisita la lunga e spesso preoccupante storia della cura della salute mentale: dagli orrori dei campi di concentramento nazisti e dei gulag sovietici, attraverso l’ascesa e la caduta dell’elettroshock e della psicochirurgia, fino alla storica legge Basaglia del 1978, che chiuse gli ospedali psichiatrici in tutto il paese.

La mostra, organizzata dal Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCHR Italia), non solo documenta questa evoluzione ma solleva anche domande urgenti sulle pratiche contemporanee, in particolare sull’uso del trattamento psichiatrico obbligatorio nell’attuale quadro giuridico italiano.

“Questa mostra si propone di informare i professionisti – medici, psicologi, assistenti sociali, avvocati – così come il grande pubblico sulla grave situazione che esiste in Italia, e in effetti a livello globale, riguardo alla salute mentale”, ha affermato Alberto Brugnettini, Vice Presidente del CCHR Italia durante un’intervista su TeleColore . “È una documentazione storica della psichiatria dalle sue origini a oggi, compresi tutti gli errori del passato, fino ai tempi moderni, inclusa la cosiddetta Legge Basaglia.”

Prendendo il nome dallo psichiatra Franco Basaglia, la legge aveva lo scopo di rivoluzionare la cura della salute mentale chiudendo i manicomi e promuovendo il trattamento basato sulla comunità. Ma secondo critici come Brugnettini non è mai stato all’altezza dei suoi ideali.

«In realtà la legge non l’ha nemmeno scritta Basaglia», spiega Brugnettini. “Fu redatto da Bruno Orsini, psichiatra e politico democristiano, e approvato contro le obiezioni dello stesso Basaglia. Egli si opponeva ai trattamenti coercitivi e temeva che il trasferimento dell’autorità dai manicomi ai reparti ospedalieri avrebbe semplicemente ricreato la stessa logica oppressiva all’interno delle nuove strutture, un timore poi confermato dalla Corte di Cassazione italiana 50 anni dopo.”

Infatti, la Corte di Cassazione ha recentemente stabilito che l’attuale sistema di Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) – o il trattamento psichiatrico obbligatorio – possono violare i diritti costituzionali. Con una mossa senza precedenti, la Corte ha deferito diversi articoli della legge alla Corte Costituzionale, affermando che potrebbero essere incostituzionali.

“La Costituzione garantisce il diritto alla salute – ha osservato Brugnettini – ma ora la Corte di Cassazione ha affermato che ha pari peso il diritto alla libertà. È inaccettabile privare qualcuno della libertà senza dargli la possibilità di esprimere le proprie ragioni davanti a un giudice, magari con la rappresentanza legale”.

Organismi internazionali per i diritti umani, incluso il Nazioni Unite IL Organizzazione mondiale della sanità e il Comitato europeo per la prevenzione della tortura hanno sollevato preoccupazioni anche riguardo al ricorso, da parte dell’Italia, ad interventi psichiatrici coercitivi.

Linee guida pubblicate congiuntamente dal Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e OMS chiedono la sostituzione di quello che descrivono come il modello “biologico, meccanicistico e coercitivo” di assistenza sanitaria mentale con uno che sia “umanistico, olistico e rispettoso dei diritti umani”.

Eppure in molti casi sembra che accada il contrario.

Secondo Brugnettini, i pazienti etichettati come “volontari” sono talvolta costretti a firmare moduli di consenso sotto la minaccia di trattamenti forzati – una pratica condannata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura.

“Dicono: ‘Entra volontariamente o ti porteremo dentro con la forza’”, ha detto. “Quindi le persone firmano pensando di fare una scelta. Ma quando decidono di andarsene, vengono trattenute. Non è volontario. È coercizione.”

La mostra evidenzia anche l’uso continuato di procedure controverse come terapia elettroconvulsivante (ECT) – comunemente noto come elettroshock – nonostante le crescenti critiche internazionali.

“Ci sono ancora quattro o cinque città in Italia in cui viene utilizzata l’ECT”, ha detto Brugnettini. “Sebbene esista una circolare ministeriale – la Circolare Bindi – che ne limita l’uso, sospettiamo che il consenso informato non sia sempre veramente informato. I pazienti potrebbero non essere pienamente consapevoli dei rischi connessi”.

Ha aggiunto: “Anche gli psichiatri faticano a spiegare perché indurre le convulsioni dovrebbe essere terapeutico. Non c’è consenso scientifico su come funzioni, eppure è associato a perdita di memoria, rischi cardiovascolari e, in alcuni casi, persino alla morte”.

La mostra presenta profili di personaggi famosi che hanno sofferto di cure psichiatriche, tra cui Ernest Hemingway che morì suicida dopo aver subito diversi elettroshock e scrisse nella sua lettera finale che il trattamento aveva “curato la malattia ma cancellato la mia memoria”, e Marilyn Monroe la cui morte è stata collegata a un’overdose di barbiturici.

Brugnettini sostiene che queste storie illustrano una questione più ampia: la tendenza a etichettare comportamenti umani complessi come disturbi medici senza prove biologiche.

“In psichiatria, sintomi, segni e diagnosi sono spesso la stessa cosa”, ha detto. “Ad esempio, se a un bambino viene diagnosticata l’ADHD, i sintomi sono iperattività e disattenzione, e questi sono anche i segni e la diagnosi. Non esiste alcun test oggettivo, nessuna analisi del sangue, nessuna scansione. Queste sono etichette applicate al comportamento, spesso basate su criteri soggettivi.”

Ha indicato il DSM-5 il manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association, che elenca più di 368 disturbi mentali, ciascuno approvato tramite voto piuttosto che tramite ricerca empirica.

«Non siamo antipsichiatrici», ha chiarito Brugnettini. “Siamo a favore dei diritti umani. Il nostro messaggio è chiaro: riformare la legge TSO, ripristinare la giustizia e allineare la politica italiana sulla salute mentale agli standard internazionali.”

Mentre i dibattiti sulla salute mentale si fanno più forti in tutta Europa, l’Italia si trova a un bivio, intrappolata tra eredità e riforma, tra trattamento e controllo.

E in questa tensione si nasconde una domanda fondamentale: quando la cura diventa coercizione?

Da un’altra testata giornalistica news de europeantimes.news

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