Storicamente e culturalmente siamo tutte figlie di due donne, almeno in Occidente: Pandora, la prima donna mortale a scoperchiare il vaso da cui uscirono tutti i mali del mondo; ed Eva, la sua biblical version con frutto e serpente (un boa di piume fucsia, ovviamente). Non si sfugge: sulle spalle delle donne gravano secoli e secoli di oppressione sessista. Negate i due esempi di cui sopra e ce lo rimangiamo.
Per arrivare a superare e abbattere la cultura occidentale patriarcale (e razzista) la strada è ancora molto lunga, diciamocelo. Oggi però forse dobbiamo riconoscere che la lotta al mondo sessista e fallocentrico in cui viviamo sembra aver trovato un nuovo dispositivo, se non proprio di liberazione dal pregiudizio e dall’oppressione, almeno di rottura verso lo status quo: la comicità, la risata sguaiata, scomposta, sonora e dirompente, che spezza con il passato e fa saltare letteralmente il banco con un coup de théâtre. O meglio, anche, con una battuta di stand up comedy.
Così la grande montata della comicità al femminile – e diciamola questa parola, ché non è una parolaccia femminista o transfemminista – diventa un’altra strada per dire cose importanti su e contro il patriarcato e la cultura patriarcale. Un modo nuovo per provare a spacchettarci tutte (sia uomini che donne) ridendo di qualcosa di molto serio e insopportabile per tutte (sia donne che uomini). Le forme di comicità che procedono in questo senso sono tante e vanno moltiplicandosi. C’è per esempio quella social di chi prova a ribaltare la prospettiva, come fa @maurabloomcomedy, che si mette al posto degli uomini con un effetto straniante e a tratti veramente inquietante – (da vedere anche la versione egiziana di @fdntcaree) – o anche quella di chi usa il sarcasmo tagliente in dialoghi surreali ma anche molto verosimili, come fa il duo delle @eterobasiche.
E pure tutta questa comicità, questa ironia e questa intelligenza si scontrano con un’altra ramificazione del pregiudizio di genere, quello per cui storicamente e culturalmente le donne comunque non fanno o meglio non devono far ridere (e non devono nemmeno ridere, ma solo compostamente sorridere), come ben sintetizza l’attrice e comica Federica Cacciola in un’intervista: «Ai maschi le donne non fanno ridere tendenzialmente. Ora con tutto il rispetto, io penso che molti miei colleghi preferirebbero non includere le “femmine” quando si tratta delle persone che fanno più ridere. La risata è qualcosa di rottura e che ha a che fare con la rottura. Mentre dalla donna si vuole che sia un po’ più rassicurante, calorosa, accogliente, una stufa a gas praticamente».
In questa galassia un format nuovo è quello di Puntarelle – Ingredienti croccanti per un discorso amoroso lanciato da Fandango Podcast a marzo al Monk di Roma. Un doppio appuntamento in cui la risata si fa sia mezzo scanzonato di racconto e comprensione dell’amore romantico – con lo show Crush, scritto e interpretato da Gioia Salvatori (Cuoro) -, ma anche come mezzo di decostruzione per il pregiudizio sessista nascosto nella nostra lingua e soprattutto nei suoi modi di dire. In particole, questo secondo contenitore è il podcast live del collettivo C’è figa, scritto e interpretato da Alessandra Flamini (la «Geri Halliwell» del gruppo), Valentina Medda («la voce polemica»), Frad («la voce queer»), Ilaria Giambini («la narratrice di aneddoti improbabili») e Paola Giglio («l’attrice di prosa»).
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Crush. Tentativi sparsi di ri-fare l’amore è una specie di salotto, ed è ispirato a Il cuore scoperto di Victoire Tuaillon, progetto culturale e podcast per rimettere al centro l’esperienza femminile e antipatriarcale. Si canta e si ride insieme a un ospite e soprattutto insieme al pubblico. Salvatori aka Cuore lo introduce così, spiegandone il nome: «Crush è una parola che abbiamo rubato alla Gen Z esattamente come fanno gli anziani che rubano ai giovani il futuro. E chi siamo noi per esentarci dal ladrocinio della vitalità del giovane?!». Durante la prima serata, in cui si è parlato della coppia, l’ospite è stata l’attrice Barbara Chichiarelli (mentre il 28 aprile, data del prossimo show, l’ospite sarà Sofia Fabiani di @cucinare_stanca), che chiacchierando con Gioia Salvatori ha, per esempio, citato la conferenza dell’evoluzionista Telmo Pievani, Il maschio è inutile?, frutto del suo libro Il maschio inutile – un saggio quasi filosofico.
Nella conferenza l’evoluzionista sfata l’uso che si fa, nel dibattito pubblico, di scusanti biologiche o naturalistiche al fine di giustificare fatti o pregiudizi di genere in quello che potremmo definire una sorta di nature-washing per il patriarcato. E dichiara anche, in apertura, che «non c’è alcun dubbio, biologicamente parlando, il sesso forte è quello femminile». Pievani dixit. Così racconta il filosofo dell’evoluzione, in una sorta di stand-up scientifica, cosa succede per esempio nel caso della rana pescatrice, una specie in cui c’è un dimorfismo sessuale importante per cui la femmina è gigante e il maschio è piccolissimo. Insomma, quando un maschio di rana pescatrice trova, nel buio immenso delle profondità oceaniche, una femmina, Pievani narra che gli si attacca letteralmente addosso per non perderla. Lei dal canto suo, dovendosi riprodurre, acconsente a fare da scoglio per la cozza e rilancia, conservandosene per sicurezza almeno un’altra dozzina, di maschi, da trasportare come «piccoli scroterellini ambulanti». Aaah la natura…
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L’altro volto di Puntarelle, la parte più militante, è invece il podcast live di C’è fica, «un podcast per tutte, non come molti pensano fatto solo pe’ ste nazi-femministe che mentre lo sentono si allisciano i peli delle ascelle». In questo contenitore si indagano proverbi, modi di dire o massime sessiste tipo «chi dice donna dice danno» o «donna ridarella o santa o puttanella», per conoscerne l’origine e smontarne il meccanismo inconscio che li rende quasi dei riflessi linguistici automatici per tutte (uomini e donne).
Ma il discorso che porta avanti il collettivo transfemminista di C’è figa è molto più ampio e riguarda l’avanzamento della società in generale, un processo di liberazione che potrà essere reale e concreto solo «quando tutte le oppressioni sessismo, razzismo, abilismo nello stesso momento, saranno superate insieme», come racconta la sua fondatrice Alessandra Flamini a Sabina Guzzanti nel suo, di podcast, Generazione Perennial. Su questo concetto le fa eco anche Frad, poco dopo, quando dice che «l’intersezionale (il femminismo) è potentissimo perché non riguarda solo le questioni di genere. Spesso le persone dicono “ah, voi femministe volete che le donne diventino più potenti, più importanti”. In realtà qui nessuno vuole essere superiore a nessuno, noi vogliamo distruggere la scala!». Evocando così in qualche modo i concetti di una grande femminista socialista atea egiziana, che dovremmo tenere in gran considerazione oggi e sempre, come Nawāl al-Saʿdāwī. In una conferenza Nawāl infatti diceva una cosa ancora più bella e più radicale: «We are living in one word dominated by the same system: the capital patriarchal military racist system against women and against the poor. We are living in this world so we have to revolve together».
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Nella prima puntata del podcast live di C’è figa l’ospite è stata la linguista, scrittrice divulgativa e direttrice scientifica del monitoraggio Rai sulla rappresentazione della figura femminile, il pluralismo e la coesione sociale Francesca Dragotto (protagoniste del prossimo live del 28 aprile, Madonnafreda e le Karma B), la quale ha spiegato come i proverbi e i modi di dire siano, usando una metafora, una tanica di candeggina vuota buttata in mare. La suddetta innocua tanichetta, ci dice Dragotto, impiega anche fino a 500 anni per biodegradarsi in mare senza mai in realtà sparire. E alla fine, anzi, diventa qualcosa di ancora più inquinante perché ormai invisibile: micro e nanoplastiche.
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Così modi di dire e proverbi sessisti sono, per la lingua e per la cultura, micro e nanoplastiche inquinati e devastanti, che assumiamo anche da molto piccoli semplicemente perché immersi nel nostro contesto linguistico-culturale. Un’interpretazione che conferma come i pregiudizi, sessisti o per esempio anche razzisti, non siano qualcosa di naturale o di genetico per gli esseri umani, ma un non-so-che di acquisito a posteriori dal contesto. Quindi sì, c’è un lavoro enorme da fare anche sui modi di dire e sul linguaggio in generale. Perché promuovere un linguaggio più inclusivo e patriarchy-free è solo il primo passo per rendere il mondo più giusto e vivibile per tutte. Come dice Flamini in chiusura delle prima puntata: «Le parole possono includere, possono valorizzare e possono cambiare la realtà». E noi siamo molto, ma molto d’accordo con lei.
Fonte:
www.rollingstone.it



