HomeOpinion“Animating the World” è un festival per ricostruire il proprio sé ecologico

“Animating the World” è un festival per ricostruire il proprio sé ecologico

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C’è un filo che lega tutti gli appuntamenti di Animating the World. Il teatro in dialogo con la natura: l’idea che il teatro possa tornare a essere una pratica di ascolto. Non del pubblico, ma del mondo vivente. Piante, corpi, adolescenti, comunità, pensiero filosofico. 

Il micro-festival internazionale di teatro ed ecologia si concentra in due giornate costruite come un percorso. Si parte dal corpo e si arriva al paesaggio, si passa dall’adolescenza alla comunità, dalla drammaturgia classica alla riflessione teorica. Il teatro non è presentato come rappresentazione, ma come uno strumento per rimettere in relazione ciò che la crisi ecologica ha separato: l’essere umano e il resto del vivente.

«Per anni mi sono occupata di teatro per ragazzi, e mi sono accorta di una grande crisi d’identità che stava montando tra gli adolescenti. Così, sono tornata all’università, ho studiato engaged ecology applicata alle arti performative», racconta la direttrice artistica del festival Laura Pasetti. In questo contesto spiega di aver incontrato Freya Mathews, filosofa australiana, tra i pilastri dell’ecofilosofia contemporanea e autrice del saggio The ecological self, in cui propone una riflessione sulla scienza e sulla filosofia, come materie che hanno fallito nel raccontare e comunicare l’urgenza della crisi climatica. «Forse l’arte è l’unico strumento che può ancora smuovere le coscienze», spiega Pasetti. Da questo incontro, nasce l’idea dell’ecoteatro «per supportare le persone a ritrovare casa sulla terra, a non sentirsi separati dalla natura». Le pratiche teatrali di Pasetti si sono poi aperte al community theatre, anche noto come applied theatre, un metodo teatrale che coinvolge persone che non sono attrici o attori professionisti. 

La due giorni si apre con un laboratorio per educatori e artisti, “Diventare pienamente umani”, che utilizza pratiche teatrali elementari per riportare l’attenzione su corpo, voce e relazione. Subito dopo, nel giardino, la terapeuta Sarah Evans del progetto Care Motika guida a distanza Gaia Touch, una serie di esercizi corporei per ristabilire un contatto sensibile con la Terra.

Il pomeriggio del sabato si sposta sull’identità e sulla generazione che cresce dentro l’ansia climatica. In scena A Normal Boy con Izaak Hutton, diciottenne autore e interprete, diretto da Pasetti. Un monologo in inglese che intreccia neurodiversità, sessualità, social media e collasso ecologico. La domanda che attraversa lo spettacolo è semplice: si può immaginare una relazione sana con il pianeta senza prima guarire quella con se stessi?

La sera il festival entra nel regno vegetale. Durante il laboratorio Plant Voices il Duo Keryda e Alessandro Guetta propongono esercizi sensoriali e scrittura creativa per “dare voce” alle piante. Poco dopo, lo spettacolo Nettle & I porta questa idea in scena: un essere umano e un’ortica in vaso condividono lo spazio scenico, mentre il Duo Keryda traduce in suono gli impulsi elettrici della pianta attraverso sensori applicati alle foglie. Il pubblico è invitato a portare una piantina da casa, trasformando la platea in un piccolo ecosistema.

La domenica mattina si apre con la dimensione comunitaria. Romeo & Juliet in Greencity, adattato e diretto da Maggie Rose, coinvolge attori non professionisti di diversa provenienza. Il testo shakespeariano viene riscritto dentro una città contemporanea attraversata dalla crisi ecologica. Al termine, una breve presentazione botanica lega la scena alle erbe e ai frutti citati nella pièce.

Nel pomeriggio il festival si apre alla riflessione. La tavola rotonda “Cosa può fare l’arte in tempi di crisi ecologica?” riunisce l’ecologista Alan Watson Featherstone, la ricercatrice Anna Kovasna, l’ecocritica Giuliana Iannaccaro, la drammaturga Sonia Antinori e altri ospiti, preceduti da un video intervento della filosofa australiana Freya Mathews. Il punto non è chiedersi se l’arte possa salvare il pianeta, ma quale tipo di immaginazione renda possibile abitare diversamente il presente.

Chiude il festival un “Concerto con le piante” del Duo Keryda, dove la musica è generata ancora una volta dall’attività elettrica del mondo vegetale. «Uno degli strumenti per colmare il divario tra noi e la natura è l’immaginazione – spiega Pasetti –. Si tratta di un territorio molto poco esplorato, che è uno strumento potentissimo che riesce ad arrivare dove la nostra mente, razionalmente, non arriverebbe. Chi sa utilizzare questa materia al meglio è l’artista, capace di infilarsi sotto la pelle del mondo e di tirare fuori la sua poetica». Nell’intero programma del festival, l’ecologia non è solo un tema ma una serie di pratiche. Le piante non sono metafore, gli adolescenti non sono categorie sociologiche, il pubblico non è spettatore passivo. Il teatro diventa un dispositivo per ripensare il modo in cui ci si percepisce come parte di un sistema vivente. Non per spiegare la crisi, ma per cambiare il modo in cui la si sente.


Fonte:

www.linkiesta.it

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