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Così l’Olanda e il Cile stanno proteggendo le coste con barriere anti-maree gonfiabili (e alternative meno care del Mose)

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Sirene, chiusure automatiche e barriere gonfiabili raccontano due modelli diversi dal Mose, con costi più contenuti e una logica propria

Le grandi opere sull’acqua hanno un difetto: appena entrano nel dibattito pubblico, diventano subito favole semplici. Da una parte il gigante costosissimo, dall’altra la soluzione furba, leggera, quasi miracolosa. Poi si va a guardare meglio e la realtà torna a fare il suo mestiere. Nel caso delle barriere anti maree, la realtà dice una cosa molto chiara: in Olanda esistono davvero sistemi automatici sofisticati, compresa una barriera gonfiabile unica al mondo. In Cile, invece, almeno nelle fonti ufficiali consultate, il lavoro corre soprattutto su rinforzi portuali, protezioni costiere e simulazioni operative per tenere aperti gli scali anche con onde più difficili. Sono strade diverse, nate da problemi diversi.

In Olanda la difesa dall’acqua è una macchina precisa

Qui conviene fermarsi un attimo, perché l’Olanda è il punto in cui la narrazione regge meglio. La Ramspolkering, gestita da Rijkswaterstaat, è davvero una diga gonfiabile: resta sul fondo e, quando si combinano livello dell’acqua e vento da nord-ovest, si chiude automaticamente. La struttura è formata da tre grandi elementi gonfiabili, arriva a 10 metri di altezza e 240 di lunghezza complessiva. Rijkswaterstaat spiega anche perché fu scelta questa soluzione: alzare gli argini sarebbe stato molto più invasivo, perché avrebbe richiesto di intervenire su circa 115 chilometri di dighe.

Accanto a Ramspol c’è poi un altro mondo, molto meno “leggero” e molto più monumentale: la Maeslant Barrier, vicino a Hoek van Holland. Qui non si parla di gomma nascosta sottoterra, ma di una delle opere mobili più imponenti mai costruite contro le mareggiate. Le due paratoie sono larghe 210 metri ciascuna e il sistema si chiude in modo completamente automatico quando è previsto un livello superiore a 3 metri sopra NAP vicino a Rotterdam o a 2,9 metri vicino a Dordrecht. È un’opera diversa dal Mose per scala e contesto, ma racconta benissimo la logica olandese: lasciare aperta la navigazione in condizioni normali, chiudere solo quando serve davvero.

Poi c’è il pezzo meno spettacolare e forse più interessante: le dighe intelligenti. Nei Paesi Bassi i sensori inseriti negli argini servono a misurare parametri fisici, monitorare deformazioni, pressione e stabilità, e offrire un allarme precoce quando qualcosa comincia a cedere. STOWA spiega che questi sistemi permettono un controllo in tempo reale, migliorano la valutazione della sicurezza e possono anche ridurre costi di manutenzione e rinforzo grazie a dati più precisi. Tradotto: la protezione costiera olandese non si gioca solo sulle grandi barriere visibili, ma su una rete continua di monitoraggio che prova a intercettare il problema prima che diventi emergenza.

In Cile nuove protezioni costiere e simulazioni per mantenere operativi i porti

Anche qui l’acqua alza la voce. La Marina cilena ricorda che le marejadas anormales stanno colpendo con maggiore frequenza e che l’effetto sui porti e sulle baie può essere pesante: onde forti in ingresso, danni alle infrastrutture costiere, erosione, allagamenti e sospensione delle attività. Il quadro, quindi, è serio. Solo che nelle fonti ufficiali consultate la risposta non assomiglia a un sistema già dispiegato di barriere biomimetiche gonfiabili a Valparaíso e San Antonio. Il baricentro, almeno pubblicamente, è un altro.

A San Antonio, il principale porto del Paese, la linea scelta è molto concreta: rafforzare il molo di protezione e adattarlo a condizioni più severe. L’azienda portuale parla di un intervento sullo storico molo di abrigo con un approccio esplicitamente pensato per la resilienza climatica e sismica. Nella progettazione sono state considerate insieme le forze del moto ondoso, comprese le mareggiate estreme, e quelle dei terremoti, perché lungo quella costa le due minacce non vivono in compartimenti separati. È ingegneria dura, molto meno fotogenica di una barriera che si gonfia in pochi minuti, ma perfettamente coerente con un tratto di Pacifico dove il rischio sismico resta strutturale.

Sempre a San Antonio, un altro fronte riguarda la continuità delle operazioni. Le prove completate in Inghilterra con EPSA, STI e DP World hanno simulato manovre di navi molto grandi con onde fino a 2,5 metri. L’obiettivo è aumentare la disponibilità del porto in condizioni meteo-marine più difficili, aggiungendo giorni operativi e riducendo il tempo perso. Anche qui il punto è chiaro: più che una barriera nuova che si alza dal nulla, il Cile sta lavorando per rendere i porti più robusti e più capaci di restare aperti quando il mare si agita.

A Valparaíso il quadro è simile. L’autorità portuale ha realizzato un’opera di protezione del bordo costiero lunga quasi un chilometro, usando anche blocchi di cemento riciclati, proprio per affrontare le mareggiate che colpiscono le aree fuori dalla parte riparata della baia. Nello stesso tempo, il porto sottolinea che il tratto portuale vero e proprio continua a beneficiare della protezione del suo molo di riparo, che è una delle ragioni della sua alta continuità operativa anche durante eventi di forte oleaggio. In altre parole: anche qui si vedono interventi reali e robusti, ma dentro una logica di opere portuali e protezioni costiere tradizionali, aggiornate al clima di oggi.

Il punto delicato sta proprio qui. La tecnologia delle barriere gonfiabili esiste davvero, e in Olanda ha un nome e una collocazione precisa. Esistono anche studi e progetti internazionali su frangiflutti gonfiabili. Però, nelle fonti ufficiali cilene consultate per Valparaíso e San Antonio, la traccia pubblica più solida parla di moli rinforzati, protezioni costiere, simulazioni e nuove soglie operative. Questo sposta parecchio il senso della storia: il Cile non sta copiando semplicemente l’Olanda con materiali più leggeri, sta affrontando un problema simile con strumenti in buona parte diversi.

E il Mose?

Resta l’ultima tentazione, quella del paragone secco con il Mose. Va fatto con prudenza. Climate-ADAPT riporta per il sistema veneziano un costo ufficiale di 5,49 miliardi di euro. La Maeslant Barrier, secondo il Watersnoodmuseum, è costata quasi mezzo miliardo. La Ramspol fu scelta perché più economica e sicura dell’innalzamento di lunghi tratti di argine. Tutto vero. Solo che confrontare direttamente questi numeri senza tenere conto di lagune, porti, ampiezza dei varchi, traffico navale, geografia e funzione dell’opera rischia di raccontare una scorciatoia invece di un confronto serio.

La lezione, semmai, è meno comoda e più utile. Le barriere anti maree funzionano quando smettono di essere una ricetta universale e tornano a essere quello che sono: ingegneria cucita addosso a un luogo preciso.

Fonte: Rijkswaterstaat – PuertoSanAntonio

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Fonte:

www.greenme.it

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