Pochi passi e arrivo nell’unica piazza del borgo, dove si affaccia la trattoria Da Rocco e la piccola chiesa parrocchiale, dedicata a Maria Assunta. Vengo attratto da un buon odore di cera. Entro, mi segno e mi inginocchio di fronte all’altare laterale, sulla destra, proprio accanto alla cassettina delle offerte dedicata alle anime sante del purgatorio. Come pala c’è una tela, di fine Ottocento, dipinta un po’ rozzamente, rappresenta una processione. Accendo una candela e prego, per Greta innanzitutto. Ma anche per Valeria e per me, che cammino su un crinale pericoloso. Prendo cinquecento euro dal portafoglio – dovrebbero bastare, accidenti – e li metto nella busta, con il biglietto con nome e numero telefonico.
Allungo il braccio per infilare la busta dentro la cassetta, ma una scia di profumo da uomo, categoria lusso, seguita da una voce calda e suadente, mi blocca.
«Sia lodato Gesù Cristo!»
Mi alzo di scatto, voltandomi. È lui, lo riconosco subito, don Dino, il cappellano dei veggenti. Ha capelli all’indietro, impomatati, e il pizzetto molto curato, la tonaca nera piena di bottoni che gli arriva ai piedi, dove calza lucidi mocassini di gran moda. Porta un Rolex d’oro al polso, gemelli lucenti ed è meno alto di quanto appare nelle foto. Ma per la sua età sembra molto in forma. Non mi stupirebbe se, in sacrestia, accanto all’armadio dei paramenti, spuntassero pesi e altri attrezzi da body building.
«Sempre sia lodato!» rispondo puntando lo sguardo direttamente nei suoi occhi, scuri, vivaci, furbissimi, un po’ torbidi.
Lui ricambia lo sguardo fisso, in silenzio, come se volesse scansionarmi la mente e l’anima. La procedura diagnostica dura per un tempo che a me sembra interminabile. Finalmente, accenna a un ghigno con le labbra che aspirerebbe a sembrare un sorriso.
«Non sei di qua, figliolo, vero?»
«No, padre… Vengo da Roma.»
«E cosa hai là?» chiede, indicando con l’indice la busta che ho ancora in mano.
«Un’offerta per i veggenti.»
«Vuoi darla a me? Sarebbe meglio, non è la prima volta che qualcuno entra in chiesa e si porta via le offerte dalla cassetta! Furti sacrileghi… Extracomunitari sicuramente. Il diavolo arruola tanti adepti tra gli immigrati.»
«Ma certo» rispondo cercando di assumere l’aria più ingenua possibile. «È molto meglio se la tiene lei. Almeno è in mani sicure.»
Don Dino prende la busta, la apre e ostentando disinteresse per le banconote tira fuori il biglietto.
Lo legge.
«Noè, Noè» dice mettendomi una mano sulla spalla, «perché vuoi vedere i veggenti?»
«Perché ho smarrito la mia strada… E ho bisogno di ritrovarla.»
Don Dino mi invita a sedermi, con un gesto della mano. Ci troviamo così uno di fronte all’altro. Mi scruta con ancor maggiore intensità.
«Cosa intendi per perdere la strada?»
«Padre…?»
«Padre Dino.»
«Be’, insomma, padre Dino… Sono stato in seminario… E poi ne sono uscito.»
Il sacerdote salta sulla sedia. Il suo interesse per me è salito alle stelle. Il teorema della pecorella smarrita sta funzionando alla grande.
«E raccontami, Noè… perché hai perduto la strada? Una donna? La lussuria? Una tentazione diabolica della carne?»
Ci risiamo. Ogni volta che qualcuno esce dal seminario la prima e unica cosa a cui si pensa è che dietro ci sia una donna. L’amore, il sesso, il desiderio di una famiglia. Mai, che so, una crisi esistenziale, il silenzio di Dio, il peso delle responsabilità, il timore di non essere all’altezza. No, cherchez la femme, bruciate la strega. È più facile, più comprensibile, più rassicurante. È la storia di Pandora con il suo vaso, quella di Eva nel paradiso terrestre, che si ripetono nei secoli: tutta colpa loro.
Ma è venuto il momento di giocare di fino, come dice il proverbio: a brigante, brigante e mezzo.
«Nulla di tutto questo, padre.»
«E allora?»
Peso le parole, sto attento a non esagerare, devo rimanere credibile: «In questa Chiesa che ha smarrito il senso del sacro e della tradizione non mi ritrovo più».
Don Dino scuote la testa, annuisce, chiudendo gli occhi come per attendere l’ispirazione. Inspira profondamente, e le froge del naso gli si allargano a dismisura.
«Aspetta» mi fa, «torno subito.»
Lo vedo sparire come un’ombra nell’oscurità della sacrestia. Quando torna ha in mano un libro dalla copertina nera e ha indosso una stola viola. Si siede di nuovo vicino a me, si segna e mi sussurra: «In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti…». Mi rivolge uno sguardo che gronda perfidia e aggiunge: «Noè, continuiamo a parlare, ma in confessione».
Porca miseria, mi sta proprio fregando! Ero pronto a mentire, persino dentro una chiesa e di fronte a un altare con i santi, ma farlo durante il sacramento della confessione mi appare davvero come un sacrilegio, uno spergiuro intollerabile!
Sono dilaniato interiormente. Forse mi conviene alzarmi, andarmene da lì, mandare tutto a monte, piuttosto che profanare un sacramento. Mi blocca la vocina di mia sorella, che sento risuonarmi dentro la testa: «Ma figurati, Noè! Se devi dire una balla, che differenza c’è se la dici in un luogo qualsiasi o la dici in confessione? Sempre di balla si tratta». Su due piedi le risponderei così: «Una cosa è fare la pipì contro un albero, un’altra farla sulla tomba dei tuoi genitori. Sempre di pipì si tratta, ma capisci da te che non è la stessa identica cosa». Ma sarebbe del tutto inutile, un’atea, con l’aggravante della cocciutaggine – come è mia sorella – non comprenderebbe.
© 2026 Rizzoli

Tratto da “Finchè durerà la terra”, di Giovanni Grasso, Rizzoli, 2026, 11,99€, 305 pagine
L’articolo Cronache di un ex seminarista in missione segreta per il Papa proviene da Linkiesta.it.
Fonte:
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