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Dipingere l’ineffabile: Rothko a Firenze

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Firenze ospita quello che è già stato definito l’appuntamento culturale imperdibile di questa primavera. La Fondazione Palazzo Strozzi, nei suoi ampi saloni custoditi dietro le facciate in bugnato, nel cuore della città, presenta Rothko a Firenze, una delle più ampie rassegne mai dedicate in Italia a Mark Rothko, gigante dell’arte moderna americana (fino al 23 agosto).

Curata da Christopher Rothko ed Elena Geuna, questa mostra non è solo un’esposizione di capolavori, ma un progetto site-specific che celebra il profondo legame spirituale e architettonico tra l’artista e la città toscana.

Il percorso, che conta su oltre 70 opere provenienti dai “santuari dell’arte mondiale” come il MoMA e il Met di New York, la Tate di Londra e il Centre Pompidou di Parigi, ripercorre l’intera parabola creativa di un uomo che ha cercato di dipingere l’ineffabile, di mostrare l’indicibile.

Rothko, nato Marcus Rothkowitz in Russia nel 1903 ed emigrato negli Stati Uniti a soli dieci anni, ha vissuto un’esistenza segnata da una ricerca incessante nella pittura, che per lui era una sorta di ossessione. La mostra a Palazzo Strozzi ci svela un Rothko inedito: sala dopo sala vediamo gli esordi figurativi degli anni Trenta, intrisi di psicanalisi e mitologia, e come questi siano arrivati fino alla dissoluzione della forma, alle sue pitture mono o bicromatiche che conosciamo. In alcune opere giovanili è possibile scorgere l’influenza del Rinascimento italiano, con richiami espliciti alla grandiosa Sagrestia Nuova scolpita da Michelangelo.

Il visitatore viene poi accompagnato verso la rivoluzione degli anni Cinquanta, dove tele monumentali come No. 3 / No. 13 (1949) e l’imponente Untitled (1952-1953) – prestiti preziosi del Guggenheim di Bilbao – ci invitano a una meditazione profonda, quasi a un’ascesi attraverso campiture cromatiche che sembrano vibrare di luce propria.

Al centro del progetto espositivo c’è il dialogo fecondo tra l’artista e Firenze. Rothko, infatti, visitò la città nel 1950 e nel 1966, restando folgorato dagli affreschi di Beato Angelico a San Marco e dall’architettura michelangiolesca della Biblioteca Medicea Laurenziana. Per questo, la mostra si estende anche fuori da Palazzo Strozzi con due sezioni satellite in questi luoghi iconici, dove opere come i suoi celebri studi per i Seagram Murals dialogano con l’arte del passato.

La mostra si conclude con la drammatica intensità degli anni Sessanta, tra i toni cupi di Four Darks in Red e la sintesi estrema del colore della serie Black on Gray, realizzata nel 1970, poco prima della sua scomparsa. Una mostra da vedere, anzi da sentire nel profondo.

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© Riproduzione riservata


Fonte:

www.businesspeople.it

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