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Gli italiani tornano alla politica, una ricerca ci dice come

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Per anni abbiamo osservato la politica italiana quasi sempre dallo stesso lato: quello dell’offerta. I partiti, i leader, le coalizioni, i sondaggi, le alchimie parlamentari, i duelli televisivi, gli spostamenti di qualche decimale trasformati in profezie. Tutto visibile, tutto commentabile, tutto immediatamente consumabile. Ma sempre, in fondo, sulla superficie.

Questa ricerca prova a fare il contrario. Guarda la politica dal lato della domanda. Non chiede soltanto chi vincerebbe oggi. Chiede che cosa sentono gli italiani, che cosa temono, che cosa sperano ancora, perché si allontanano, perché a volte ritornano, quale idea di politica portano dentro di sé. È qui la sua importanza. Ed è un’importanza resa ancora più netta dal fatto che si tratta di una ricerca autonoma, scritta dall’autore di questo pezzo, realizzata da Sociometrica e FieldCare, auto-finanziata, dunque libera da committenze politiche, da aspettative di parte, da finalità ancillari.

Non nasce per confermare una tesi. Nasce per capire. E capire, in politica, è già una forma di utilità pubblica. Se qualcuno cerca qui dentro una previsione sulle elezioni del 2027, mentre ancora non si sa chi correrà, con chi e persino con quali regole, farebbe meglio a fermarsi. Questo lavoro non dice chi vincerà. Dice qualcosa di più: in quale stato d’animo si trova il Paese che dovrà scegliere.

Il primo dato che emerge è quello che più smentisce il luogo comune di un’Italia definitivamente ritirata dalla politica. Da anni i sondaggi raccontano un Paese stanco, disilluso, mezzo assente, come se il voto fosse diventato un gesto svuotato, una pratica che sopravvive per inerzia, con appena la metà che andrebbe a votare. E invece, sotto la crosta del disincanto, si muove qualcosa. Non un entusiasmo ingenuo. Non una rifioritura sentimentale della partecipazione. Piuttosto una riattivazione. Un nuovo protagonismo popolare, trattenuto ma reale. Lo si è visto già nella partecipazione al referendum.

Ora la ricerca lo misura con più nettezza: il settantadue per cento dichiara che andrebbe a votare alle prossime elezioni, dopo il 63,9 per cento registrato alle politiche del 2022.

Naturalmente tra intenzione e comportamento reale c’è sempre una distanza. Ma ci sono momenti in cui il valore di un numero non sta nella sua precisione, bensì nella direzione che indica. E qui la direzione è chiara: la società italiana non si è congedata dalla politica. Sta tornando a premerle contro. Non con trasporto. Con necessità. Che è, in democrazia, una forma persino più seria di coinvolgimento.

La seconda novità è ancora più sottile, e proprio per questo più interessante. È la comparsa della speranza. Appena il 20,8 per cento, certo. Non abbastanza per parlare di un nuovo clima dominante. Non abbastanza per immaginare una generale riconciliazione del Paese con la politica. Ma abbastanza per registrare una discontinuità. Perché veniamo da anni in cui il rapporto emotivo con la politica è stato dominato da un’altra triade, ben più cupa: rancore, risentimento, rabbia. Le tre “R”.

A lungo la politica è stata vissuta come il luogo del disgusto, della delusione, della distanza morale. Un oggetto da respingere prima ancora che da giudicare. Ora, dentro questo paesaggio ancora largamente segnato dal negativo, compare una fenditura. Piccola, ma vera. Fragile, ma inequivocabile. La speranza non domina ancora il campo, ma ha smesso di esserne esclusa. E questo basta a farne un fatto politico.

Nelle democrazie, i cambiamenti più profondi non iniziano quando la speranza diventa maggioranza. Iniziano quando torna a essere immaginabile. Ma il punto forse più rivelatore della ricerca è un altro. Riguarda la sproporzione crescente tra il Paese reale e il suo teatro pubblico.

Il dibattito politico italiano è dominato emozionalmente dalle estreme, a sinistra come a destra. In termini stretti, queste posizioni raccolgono circa il cinque per cento dell’elettorato. Eppure, occupano una quota assai più grande della conversazione nazionale. Parlano di più, urtano di più, incendiano di più. Hanno più intensità, più conflitto, più lessico identitario, più vocazione alla radicalizzazione simbolica. Producono più rumore. E nel tempo del rumore, ciò che suona di più finisce quasi sempre per sembrare anche ciò che conta di più. Ma non è così.

Quelle estreme sono minoranze che si fanno maggioranza acustica. Il loro peso discorsivo non coincide con il loro peso sociale. Dietro il cono di luce che le illumina, c’è il corpaccione della nazione. E quel corpaccione non chiede rivoluzioni. Chiede politici migliori. Non invoca lo stravolgimento permanente; domanda una politica più trasparente, più credibile, più capace. Non cerca il fascino della demolizione, ma la serietà della costruzione. Vuole leggi migliori, ma soprattutto una migliore esecuzione delle leggi. Vuole meno enfasi salvifica e più affidabilità amministrativa. Meno palingenesi, più governo. È una domanda meno spettacolare, senza dubbio. Ma molto più matura. E molto più larga.

Qui sta anche il ridimensionamento del “nuovismo”, che per anni è sembrato la grammatica inevitabile del malcontento italiano. La ricerca racconta invece un’altra cosa: il nuovismo è in declino. È diventato una super-nicchia, non è più il segno dei tempi. L’idea che basti cambiare facce, inventare sigle, ribattezzare contenitori, aprire l’ennesimo cantiere dell’inedito, convince molto meno di prima.

Gli italiani non sembrano più persuasi che la salvezza risieda nell’ennesimo attore “nuovo” che irrompe sulla scena promettendo di rifare tutto da capo. Piuttosto, chiedono che i partiti esistenti alzino la qualità, selezionino meglio i candidati, pratichino più trasparenza, si facciano finalmente all’altezza della funzione che pretendono di esercitare. Non è una domanda di rottura. È una domanda di maturazione.

Ed ecco il paradosso. Questa domanda, pur essendo maggioritaria, non riesce a dominare il dibattito pubblico. Per una ragione semplice e spietata: produce meno emozioni delle estreme.

La richiesta di buon governo, di qualità democratica, di trasparenza, di serietà, di esecuzione, non incendia i talk show quanto l’identità ferita, la polemica assoluta, la promessa di una cesura. È più ragionevole, ma meno esplosiva. Più larga, ma meno rumorosa. Più sostanziale, ma meno telegenica. E così la scena continua a essere occupata non da ciò che rappresenta di più, ma da ciò che eccita di più.

Qui si annoda probabilmente il nodo politico dei prossimi anni. Non si tratta tanto di inventare una nuova estremizzazione del discorso pubblico. Si tratta di riuscire a dare linguaggio, forza, perfino temperatura emotiva, a quella domanda maggioritaria di politica migliore che oggi resta compressa sotto il fragore delle minoranze più militanti.

La vera partita non è tra vecchio e nuovo, tra moderati ed estremi, tra destra e sinistra prese in astratto. È tra chi saprà parlare al corpaccione della nazione senza annoiarlo, senza tradirlo, senza infantilizzarlo, e chi continuerà invece a scambiare il rumore per il popolo.

Qui, peraltro, si apre anche un problema più profondo, quasi antropologico. Se la politica è, in fondo, la forma che organizza le relazioni tra le persone; se questa organizzazione è oggi plasmata in larga misura dalla comunicazione; se la comunicazione, a sua volta, riesce a passare da discorso d’élite a discorso popolare quasi solo quando attiva emozioni primarie, allora uscire dal corto circuito delle emozioni contrapposte diventa difficilissimo. Manca un terreno comune che tenga insieme intensità e misura, passione e responsabilità, rappresentazione e governo.

Per dirla in modo netto e forse un po’ brutale – uscendo per un momento dalla lettera stretta della ricerca – si potrebbe affermare che Sergio Mattarella interpreta, più di tutti, questa anima politica degli italiani. La sua misura, la sua sobrietà, il suo senso dell’istituzione, perfino la sua reticenza, sono in sintonia con una parte profonda del Paese. Ma questa stessa anima non si ritrova ancora compiutamente nell’azione ordinaria dei partiti, pur nelle loro differenze. C’è un ponte di sensibilità, di linguaggio, di stile, che ancora manca. Ed è precisamente lì che si giocherà una parte decisiva della prossima stagione politica italiana.

L’Italia che emerge da questa ricerca, dunque, non è pacificata. Non è guarita. Non è diventata improvvisamente fiduciosa. Ma non è neppure il Paese esausto e cinico che troppo spesso ci raccontiamo. È un Paese che, dopo lustri di disgusto, torna cautamente a cercare la politica. E quando un popolo ricomincia a cercare, invece di limitarsi a respingere, vuol dire che qualcosa si è già mosso. Anche se ancora non ha trovato il suo nome.

La ricerca si può leggere e scaricare al seguente link.

Il video di sintesi si può vedere qui.


Fonte:

www.linkiesta.it

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