H&M ridisegna la propria rete di negozi in tutto il mondo, Italia compresa. Le serrande che si abbassano raccontano però qualcosa che va oltre i numeri: una trasformazione profonda del modello fast fashion così come lo abbiamo conosciuto finora
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Il 2026 segna una svolta per H&M. Il colosso svedese ha fatto sapere che quest’anno 160 negozi abbasseranno definitivamente le serrande in tutto il mondo. Una scelta che non si limita a un’operazione di taglio dei costi, ma che riflette un cambiamento strutturale in atto nel settore dell’abbigliamento low cost.
Ma cosa sta succedendo esattamente? Nel primo trimestre dell’anno, H&M ha visto i propri ricavi scendere del 10% rispetto allo stesso periodo del 2025. Paradossalmente, gli utili operativi sono cresciuti, segno che il modello fisico tradizionale non è in crisi perché poco redditizio in assoluto, ma perché il settore sta cambiando pelle rapidamente.
Il dato evidenzia un passaggio chiave: il problema non è tanto se il modello funziona, ma dove e come oggi riesce a generare valore. Sempre meno nei negozi diffusi sul territorio, sempre più in una gestione integrata tra digitale e punti vendita selezionati.
La risposta dell’azienda è allora una riorganizzazione netta: meno negozi fisici, più centralità al digitale, maggiore efficienza operativa e una rete retail selezionata e più redditizia.
In questo scenario, i negozi non scompaiono, ma cambiano ruolo: da canali principali di vendita a spazi strategici, spesso pensati come vetrine del brand e punti di esperienza per il cliente.
Un dato che riflette un modello occupazionale flessibile ma spesso precario, strettamente legato alla variabilità delle vendite e alla stagionalità tipica del settore.
In Italia
Le conseguenze di questi cambiamenti si stanno facendo sentire anche in Italia. A Roma, lo store di via Tuscolana chiuderà il 10 maggio e 17 lavoratori a tempo indeterminato si trovano ora a dover negoziare il proprio futuro. I sindacati Filcams, Fisascat e Uiltucs sono al tavolo delle trattative, con l’attenzione puntata non solo sui licenziamenti ma anche su una questione strutturale che riguarda l’intero settore: nel 2025, il 16% della forza lavoro H&M in Italia era impiegata con contratti a chiamata. Una percentuale che dice molto sul tipo di occupazione che la fast fashion genera e mantiene.
In realtà, sul fronte italiano, H&M ha anche confermato investimenti per ristrutturare i negozi di Bari e Conegliano (Treviso). Ma il segnale complessivo resta quello di una presenza fisica sempre più selettiva.
La pressione della nuova fast fashion
La trasformazione di H&M non è un caso isolato, ma si inserisce in una dinamica più ampia che sta ridisegnando il settore dell’abbigliamento low cost.
Da un lato c’è Shein, che ha estremizzato il modello fast fashion portandolo interamente online, con prezzi minimi, produzione rapidissima e una filiera quasi completamente digitalizzata. Dall’altro Zara e il gruppo Inditex, che hanno scelto una strategia diversa: meno volumi, più percezione di qualità e un posizionamento più forte. In mezzo, H&M fatica a trovare un’identità distintiva abbastanza solida per competere su entrambi i fronti.
Il risultato è una progressiva polarizzazione del mercato: da una parte modelli ultra-rapidi e a bassissimo costo, dall’altra marchi che cercano di alzare il valore percepito. Lo spazio intermedio, quello in cui si colloca H&M, diventa sempre più difficile da presidiare.
Le 160 chiusure di H&M non rappresentano soltanto una notizia di economia aziendale, ma un segnale della profonda trasformazione in corso nel settore della fast fashion. Il modello che ha dominato gli ultimi vent’anni sta infatti evolvendo sotto la pressione della concorrenza, dei costi lungo la catena di approvvigionamento e della transizione digitale, che sta ridisegnando il ruolo dei negozi fisici. A questi fattori si affianca, in parte, una crescente attenzione dei consumatori verso temi legati alla sostenibilità e alla qualità degli acquisti, che contribuisce a modificare le dinamiche del mercato.
Resta però una contraddizione di fondo: anche nella sua versione digitale, la fast fashion continua a basarsi su alti volumi e su un rapido ricambio delle collezioni, elementi che rendono difficile una reale sostenibilità del modello nel lungo periodo.
Più che una crisi, quella in corso appare quindi come una fase di ridefinizione: non la fine della fast fashion, ma la sua trasformazione in un sistema sempre più selettivo, digitale e competitivo.
Fonti: H&M / Uiltucs
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Fonte:
www.greenme.it



