La moderna incarnazione della Silicon Valley si è discostata notevolmente da questa tradizione di collaborazione con il governo degli Stati Uniti, per concentrarsi invece sul mercato dei consumatori, con le sue piattaforme per la pubblicità online e i suoi social media, che hanno finito per dominare – e limitare – la nostra percezione delle potenzialità della tecnologia. Un’intera generazione di fondatori di aziende si è ammantata della retorica di uno scopo nobile e ambizioso – tanto che lo slogan che esortava a «cambiare il mondo» s’è svuotato di significato per l’uso eccessivo che ne hanno fatto –, ma il più delle volte ha accumulato quantità enormi di capitale e ha reclutato eserciti di ingegneri talentuosi solo per sviluppare app di condivisione foto e interfacce di chat per i consumatori moderni.
Nella Valley ha preso piede un certo scetticismo nei confronti dell’operato del governo e delle ambizioni nazionali. I grandiosi esperimenti collettivisti della prima parte del XX secolo sono stati abbandonati a favore di un’attenzione circoscritta ai desideri e ai bisogni del singolo individuo. Il mercato ha premiato questo impegno superficiale nei confronti del potenziale della tecnologia, con una startup dietro l’altra intenta a soddisfare i capricci della cultura tardocapitalista senza il minimo interesse a costruire l’infrastruttura tecnica in grado di rispondere alle sfide più importanti che ci si pongono come nazione. È l’era delle piattaforme social e delle app di consegna di cibo a domicilio. Innovazioni mediche, riforme della scuola e progresso militare possono aspettare.
Da decenni il governo degli Stati Uniti è visto nella Silicon Valley come un ostacolo all’innovazione e una calamita per le polemiche: un intralcio al progresso, non il suo più logico alleato. I colossi tecnologici dei tempi moderni hanno a lungo evitato di lavorare per il governo. La disfunzionalità intrinseca di molte agenzie statali e federali ha creato barriere apparentemente insormontabili all’ingresso di soggetti esterni, comprese le startup nascenti della nuova economia. Con il tempo, l’industria tecnologica si è sempre più disinteressata alla politica e ai progetti comunitari su vasta scala. Il progetto nazionale americano, se così si poteva ancora chiamare, era oggetto di un mix di scetticismo e indifferenza. Di conseguenza, tante delle migliori menti della Valley, e i loro stuoli di discepoli ingegneri, per avere di che vivere hanno puntato sui consumatori.
Più avanti, in queste pagine, analizzeremo le ragioni per cui i moderni colossi della tecnologia, tra cui Google, Amazon e Facebook, hanno deviato la propria attenzione dalla collaborazione con lo Stato spostandola sul mercato dei consumatori. Tra le cause principali di questo cambiamento c’è la sempre maggiore divergenza tra gli interessi e gli istinti politici dell’élite americana e quelli del resto del paese dopo la fine della seconda guerra mondiale, nonché la distanza emotiva che separa un’intera generazione di ingegneri informatici dalle più ampie lotte economiche in atto nel paese e dalle minacce di natura geopolitica che hanno caratterizzato il XX secolo. La generazione di sviluppatori più capace non ha mai vissuto una guerra o una vera e propria rivolta sociale. Perché attirarsi liti con gli amici o rischiarne il biasimo lavorando per le forze armate americane quando ci si può rintanare nella sicurezza percepita data dalla creazione dell’ennesima app?
Mentre la Silicon Valley si ripiegava su se stessa e sui consumatori, il governo degli Stati Uniti e quelli di molti loro alleati hanno ridotto la loro partecipazione in svariati settori, dai viaggi spaziali ai software militari, alla ricerca medica. La ritirata dello Stato ha lasciato dietro di sé un gap di innovazione sempre più ampio. In molti, da ambo le parti, si sono rallegrati di questo allontanamento: chi era scettico nei confronti del settore privato sostiene che non ci si può fidare di farlo operare in ambito pubblico, mentre nella Valley tanti diffidano del controllo statale e del possibile abuso o uso improprio delle loro invenzioni. Tuttavia, sarà necessaria l’unione tra Stato e industria del software – e non una loro separazione e divisione forzata – perché gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e nel resto del mondo mantengano il proprio predominio in questo secolo come hanno fatto in quello precedente.
In questo libro, avanziamo la tesi che il comparto tecnologico abbia l’obbligo imperativo di sostenere lo Stato che ha reso possibile il suo sviluppo. Se l’industria del software intende ritrovare la fiducia nel paese e orientarsi a una concezione più innovativa di ciò che la tecnologia può e deve rendere possibile, è indispensabile che essa torni a sposare l’interesse pubblico. La capacità del governo di continuare a provvedere al benessere e alla sicurezza dei cittadini presuppone altresì la volontà da parte dello Stato di attingere alla cultura organizzativa idiosincratica che ha permesso a tante aziende della Silicon Valley di riplasmare interi settori della nostra economia.
A permettere all’industria tecnologica americana di trasformare le nostre vite è stato l’impegno a valorizzare i risultati a scapito della teatralità, a dar potere a chi, ai margini di un’organizzazione, può essere a più stretto contatto con un dato problema, e a lasciare da parte i vuoti dibattiti teologici a favore di un progresso seppur parziale e spesso imperfetto. Questi stessi valori sono potenzialmente in grado di trasformare anche il nostro governo.
In effetti, il governo americano e i sistemi democratici di tutto il mondo necessitano per legittimarsi di un incremento della produzione economica e tecnica, ottenibile solo attraverso un’adozione più efficiente della tecnologia e dei software. L’opinione pubblica sarà anche disposta a perdonare diversi fallimenti e mancanze della classe politica, ma l’elettorato non potrà mai sorvolare sull’incapacità sistematica di sfruttare la tecnologia per garantire la fornitura efficace di beni e servizi indispensabili alla nostra esistenza.
Il presente volume si compone di quattro parti. Nella Parte prima, Il secolo del software, sosteniamo che l’attuale generazione di menti ingegneristiche, pur dotate di straordinario talento, sia ormai avulsa da un qualunque senso di obiettivo nazionale o di progetto più ambizioso e significativo. Questi programmatori si sono rifugiati nella progettazione delle loro meraviglie tecniche. E di meraviglie ne sono state realizzate, è vero. Le ultimissime forme di intelligenza artificiale, i cosiddetti large language model, hanno lasciato intravedere, per la prima volta nella storia, la possibilità di un’intelligenza artificiale generale, un intelletto informatico in grado di competere con la mente umana in fatto di ragionamento astratto e risoluzione dei problemi. Non è chiaro, però, se le aziende tecnologiche impegnate nella realizzazione di queste nuove forme di IA ne permetteranno l’impiego con finalità militari. Molti sono riluttanti, se non decisamente contrari, a collaborare in qualsiasi forma con il governo degli Stati Uniti.
A nostro avviso, una delle sfide più importanti che questo paese è chiamato ad affrontare è quella di garantire che il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti si trasformi da istituzione concepita per combattere e vincere guerre cinetiche in un’organizzazione in grado di progettare, costruire e acquistare armi basate sull’intelligenza artificiale, gli sciami di droni senza pilota e i robot che la faranno da padrone sui campi di battaglia di domani. Il XXI secolo è il secolo del software. E il destino degli Stati Uniti e dei loro alleati dipende dalla capacità delle loro agenzie di difesa e di intelligence di evolversi, e in fretta. La generazione che è nella posizione migliore per sviluppare queste armi, però, è anche la più restia a farlo, la più scettica all’idea di dedicare il proprio straordinario talento a finalità militari. Molti di questi ingegneri non hanno mai conosciuto nessuno che abbia prestato servizio nell’esercito. Vivono in uno spazio culturale che gode della protezione offerta dall’ombrello della sicurezza americana, ma non si accollano nessuno dei suoi costi.
Nella Parte seconda, L’impoverimento del pensiero americano, raccontiamo come si è arrivati a questo punto, ripercorrendo le origini della più generalizzata regressione culturale verificatasi sia negli Stati Uniti sia in tutto l’Occidente. Partiremo dall’aspetto più sostanziale: la rinuncia della generazione attuale a credere o aderire a progetti politici di maggiore portata. Le menti più dotate della nazione e del mondo si sono perlopiù defilate dalle attività, non di rado caotiche e controverse, più cruciali e rilevanti ai fini del benessere e della difesa della collettività.
Questi ingegneri si rifiutano di lavorare per l’esercito americano, ma non esitano a dedicare la propria vita ad accumulare capitali per la realizzazione della nuova app o piattaforma social del momento. Le cause di questa rinuncia a difendere il progetto nazionale americano sono a nostro avviso da ricercare nell’attacco sistematico e nel tentativo di smantellare qualunque idea di identità americana o occidentale registratasi negli anni Sessanta e Settanta. Lo smantellamento di un intero sistema di privilegi è stato intrapreso a ragione. Ma non siamo riusciti a riesumare al suo posto niente di sostanziale, nessuna identità collettiva o sistema di valori comunitari coerente. Il vuoto è rimasto, e il mercato è accorso prontamente a colmare quella lacuna.
Ne è derivato un impoverimento del progetto americano, con un’élite allo sbando ma oltremodo istruita al timone. Una generazione che sapeva a cosa si opponeva, contro cosa si batteva e cosa non poteva tollerare, ma non cosa voleva. I primi tecnologi che hanno inventato il personal computer, l’interfaccia grafica e il mouse, per esempio, avevano sviluppato un certo scetticismo nei confronti degli obiettivi di una nazione che in molti ritenevano non meritasse la loro lealtà. L’ascesa di Internet negli anni Novanta è stata di conseguenza cooptata dal mercato, e il consumatore ne è stato acclamato re. Ma molti si sono giustamente chiesti se la prima rivoluzione digitale resa possibile dall’avvento di Internet, negli anni Novanta e Duemila, abbia davvero migliorato le nostre vite, anziché limitarsi a cambiarle.
È in questo contesto che è stata fondata Palantir, che ha iniziato a lavorare per le agenzie di difesa e di intelligence americane negli anni successivi agli attacchi dell’11 settembre. Nella Parte terza, La mentalità ingegneristica, descriveremo la cultura organizzativa che distingue Palantir da tanti altri colossi tecnologici fondati nella Silicon Valley. Buona parte di ciò che contraddistingue il funzionamento di Palantir rappresenta un netto rifiuto del modello standard praticato nelle aziende americane.
In particolare, approfondiremo le lezioni che si possono trarre dall’organizzazione sociale degli sciami di api e degli stormi di storni e le implicazioni dell’improvvisazione teatrale nella creazione di startup, come pure gli esperimenti sul conformismo condotti da Solomon E. Asch, Stanley Milgram e altri negli anni Cinquanta e Sessanta, che hanno evidenziato la debolezza della stragrande maggioranza delle menti umane davanti alla minaccia dell’autorità.
Parleremo anche dei primi anni di Palantir, quando l’azienda ha iniziato a collaborare con l’esercito americano e con le unità delle forze speciali in Afghanistan allo sviluppo di un software che aiutasse a individuare la collocazione delle bombe a bordo strada, gli onnipresenti ordigni artigianali divenuti nell’arco di quasi un decennio la principale causa di morte sia in Iraq che in Afghanistan.
La mentalità ingegneristica che ha permesso a noi e ad altri di realizzare software del genere si fonda sulla tutela dello spazio necessario all’attrito creativo e sul rifiuto della fragilità intellettuale, sulla determinazione a scrollarsi di dosso l’incessante pressione a conformarsi e scimmiottare ciò che è venuto prima, e sullo scetticismo nei confronti dell’ideologia in favore della ricerca implacabile dei risultati.
Da ultimo, nella Parte quarta, Ricostruire la repubblica tecnologica, ci occuperemo di ciò che occorre per ristabilire una cultura di impegno collettivo e obiettivi comuni. La Valley è ancora decisamente restia ad avventurarsi in tutta una serie di settori pubblici, tra cui la polizia locale, la medicina, l’istruzione e, fino a poco tempo fa, la sicurezza nazionale, ambiti il più delle volte troppo intricati sul piano politico e spietati con i non addetti ai lavori.
Il risultato è stato che in tutto il paese si sono moltiplicati i deserti di innovazione, settori che rifiutavano la tecnologia e resistevano, spesso strenuamente, all’ingresso di nuove idee e nuovi attori. Anche il comparto pubblico dovrà far suoi i tratti più efficaci della cultura della Silicon Valley per ricostituire la propria, garantendo, tra l’altro, che chi è alla guida delle nostre maggiori istituzioni sia attivamente partecipe dei loro successi o fallimenti.
Più in generale, la ricostituzione di una repubblica tecnologica imporrà una riaffermazione della cultura e dei valori nazionali – e di fatto dell’identità e degli obiettivi comuni – senza i quali i guadagni e i vantaggi derivanti dalle scoperte scientifiche e ingegneristiche di quest’epoca rischiano di rimanere relegati al servizio degli interessi ristretti di un’élite isolata.
Gli Stati Uniti, fin dalla loro fondazione, sono sempre stati una repubblica tecnologica, il cui posto nel mondo è stato reso possibile e favorito dalla loro capacità di innovazione. Ma il vantaggio di cui oggi godiamo non si può dare per scontato. È stata una cultura, coesa attorno a un obiettivo comune, a vincere l’ultima guerra mondiale. E sarà una cultura a vincere, o scongiurare, la prossima. Il declino e la caduta degli imperi possono essere repentini, e in passato sono arrivati senza preavviso. Per andare avanti sarà necessario che ci liberiamo del nostro scetticismo nei confronti del progetto americano.
Dobbiamo piegare le forme più recenti e avanzate di intelligenza artificiale al nostro volere, altrimenti rischiamo di lasciare che lo facciano i nostri avversari mentre noi valutiamo e discutiamo, talvolta sembra all’infinito, la portata e la natura delle nostre divisioni. La nostra tesi di fondo è che in questa nuova era di intelligenza artificiale avanzata, che offre ai nostri avversari geopolitici l’occasione più ghiotta dai tempi dell’ultima guerra mondiale di mettere in discussione il nostro status globale, dovremmo tornare a quella tradizione di stretta collaborazione tra industria tecnologica e governo.
È grazie a questo connubio tra ricerca dell’innovazione e obiettivi nazionali che non solo si potrà promuovere il nostro benessere, ma anche salvaguardare la legittimità del progetto democratico stesso.

Tratto da “La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente”, di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, ed. Silvio Berlusconi Editore, pp. 21, 22,00€
Fonte:
www.linkiesta.it



