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La crisi climatica impone per la prima volta all’umanità di giustificare sé stessa

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Nell’Antropocene, d’altronde, il nichilismo assume il suo massimo grado di realtà, e per questo a mio avviso anche il massimo significato morale, dal momento che il non credere a niente, non dedicarsi a niente, non dare alcun senso all’esistenza, diventa ora non soltanto una rinuncia individuale alla vita, ma una collettiva. La mancata assunzione di responsabilità per la totalità naturale, ora emersa alla nostra storia e sconvolta nelle condizioni di vita in quanto sistema Terra, è per me il contraltare collettivo e universale della mancata assunzione di responsabilità per la propria esistenza a livello individuale e particolare. 

Solo adesso però la categoria della “popolazione”, nel senso dell’umanità, è venuta alla luce come soggetto pienamente morale, nel momento in cui il suo rapporto con la totalità naturale in quanto oggetto è divenuto inestricabile, ossia quando la scelta tra l’aver cura della vita o il negligerla si è resa drammaticamente reale. Nell’Antropocene, quindi, l’umanità giunge a dover giustificare per la prima volta a sé stessa la propria esistenza, perché posta dinanzi alla possibilità della scomparsa delle condizioni di vita proprie del sistema Terra. […]

L’essere umano necessita di una qualche forma di verità, sebbene “quale” verità sia da ultimo la vita a deciderlo (quella più favorevole a essa). Qui voglio estendere allora il piano di riflessione all’intera collettività e al futuro più lontano, mostrando come la liberazione da ogni vincolo e confine planetario, che lo scatenamento del potere ha permesso, conduce all’assottigliamento di qualsiasi senso che svolga il ruolo di giustificazione dell’esistenza umana. 

Senza questa giustificazione, senza una narrazione universale, questo potere scatenato non ha limiti che lo gestiscano e confinino, al punto da mettere in questione lo stesso valore dell’esistenza. Senza una verità il vivente non può vivere, perché cade nel nichilismo. Quello cui si assiste oggi ha i tratti di un “nichilismo planetario”, come quel deserto che l’esistenzialismo planetario dev’essere in grado di superare. Vale a dire l’idea che, in fondo, l’esistenza dell’umanità e della vita non abbiano valore. 

Nell’Antropocene, pertanto, il ritorno al senso in vista di una limitazione del potere non è soltanto una condizione esistenziale, che rende più vivibile l’esistenza del singolo, ma una questione a un tempo ecologica, nella nuova figura di natura e cultura intrecciate nel planetario, cioè il nostro ambiente “prossimo” come sistema Terra. Una risposta quindi al nichilismo planetario che va a interagire a un tempo con le scoperte scientifiche più attuali e gli interrogativi etici più urgenti. 

Questo nell’epoca che ha finalmente preso sul serio la “morte di Dio”, come il passaggio morale tanto alle conseguenze quanto alle responsabilità umane, cioè a una libertà concreta e matura, incorporata nella totalità naturale. Il ritorno al senso, inteso come narrazione universale, è l’idea che dinanzi a un evento drammatico e totalizzante come il cambiamento climatico, o in termini più ampi lo sconvolgimento antropogenico del sistema Terra, l’umanità in maniera indifferenziata possa trovare un compito condiviso e prudenziale, che dia a un tempo significato all’esistenza: contrastare la distruzione delle condizioni di esistenza della vita che le hanno permesso di fiorire. 

Così Hamilton: «Il dovere di aver cura della Terra è lo scopo a un tempo significativo e anche prudente». Questo dovere però ormai non può più basarsi sul rimando a una totalità veritativa pura, fonte originaria di valori, perché come umanità abbiamo attraversato la modernità e con l’Antropocene non possiamo continuare a credere neanche in quella contro-religione che era la Natura moderna. Il dovere umano nell’Antropocene si basa allora a mio avviso su due pilastri, uno esistenziale e uno scientifico, entrambi contingenti nella loro storicità: il senso, da una parte, e la prudenza, dall’altra. 

Trovare un nuovo senso per l’umanità vuol dire a un tempo adottare l’atteggiamento più prudenziale nei confronti dello scenario peggiore. Accogliere una narrazione universale che porti ad agire in contrasto alla distruzione del mondo è una libera scelta umana, possibile solo nell’Antropocene: quella tra aver cura e negligere. 

Cosa stiamo sacrificando però in questo nuovo senso, così da renderlo sacro secondo quell’idea originariamente religiosa del tenere insieme qualcosa? Da una parte sicuramente la libertà, ossia le possibilità e quindi al fondo il potere, dall’altra il primato assoluto del soggetto umano, inteso come individuo, cioè l’umanesimo. Ma davvero siamo disposti a sacrificare ciò? La libertà e centralità dell’individuo?

Tratto da “Filosofia e politica dell’Antropocene. Prospettive per un esistenzialismo planetario”, di Matteo Pietropaoli, Carocci editore, pp.143-144, 18,05 €


Fonte:

www.linkiesta.it

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