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La nuova geografia del potere, e la fine del dominio occidentale

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Il ventunesimo secolo sta assumendo un aspetto ben diverso da quello immaginato alla sua vigilia. Certo l’economia mondiale è cresciuta e con essa il benessere e il commercio internazionale. Su scala mondiale la fame o la mortalità infantile sono drasticamente diminuite, centinaia di milioni di asiatici sono fuoriusciti dalla povertà assoluta. La distanza una volta abissale tra i paesi ricchi e quelli emergenti è assai diminuita. La grande frattura globale che si era aperta con la rivoluzione industriale si sta ricomponendo. L’Asia, e soprattutto la Cina, hanno più che invertito il declino economico relativo dei due secoli precedenti, sono divenuti grandi motori di crescita dell’economia mondiale, ridisegnandone la geografia industriale e commerciale. 

Per converso, la soverchiante predominanza dei paesi occidentali è diminuita a mano a mano che il loro primato economico si riduceva, mentre l’ascesa di altre società ne relativizzava la presunzione di universalità. Restano i paesi più ricchi del mondo, ma non ne sono più l’epicentro pressoché esclusivo, e la percezione di essere oltre il proprio apogeo li sta visibilmente destabilizzando. A dispetto di ciò che l’ideologia liberale della globalizzazione predicava, queste enormi trasformazioni non hanno generato convergenza, omogeneità e accordo. Si sta anzi disegnando un mondo policentrico, per diversi aspetti multipolare, segnato da rivalità e antagonismi via via più aspri. […] 

Tra le nuove faglie di divisione e antagonismo, quella emersa tra Cina e Stati Uniti è senza dubbio la più rilevante. Per ampiezza territoriale e demografica, per forza economica e tecnologica, per potenza militare e influenza politica questi sono i due giganti del ventunesimo secolo. Così come le loro sinergie avevano plasmato il ciclo di globalizzazione dagli anni Ottanta alla crisi finanziaria, la loro crescente rivalità sta ridisegnando i confini, le dinamiche e le coalizioni dell’attuale segmentazione del mondo. Per qualche anno dopo la crisi finanziaria, le loro politiche di stimolo – separate ma con effetti convergenti – avevano sostenuto la ripresa globale senza erigere nuove barriere. 

Ma quello fu anche l’epilogo della globalità cooperativa. La crisi aveva evidenziato la vulnerabilità dell’Occidente al disordine finanziario, e Pechino vedeva sempre meno ragioni per restare passivamente soggetta alle norme e istituzioni di un ordine internazionale che, pur favorendone la crescita, la manteneva in un ruolo subordinato. La Cina, che per decenni aveva costruito la sua crescita sulle esportazioni e sull’attrazione di capitali, iniziava ora a guardare alle proprie possibilità d’investimento all’estero, e alla conseguente espansione della propria influenza.  […] 

 Il nuovo presidente Xi Jinping, nominato nel 2013, cominciava a parlare da guida non più di un’economia emergente ma di una grande potenza, con toni spesso apertamente nazionalistici e una critica via via più marcata dell’“egemonismo” statunitense. La tendenza a una divaricazione non era meno netta sul versante americano, dove si cominciava a pensare che l’integrazione della Cina nell’economia mondiale avesse comportato, insieme a molti vantaggi, anche negatività preoccupanti. 

Gli Stati Uniti riprendevano quindi a ragionare in chiave di rivalità sia economica che geopolitica. Il presidente Obama individuava nella Cina il grande concorrente del futuro, e proponeva nuove aree di più profonda integrazione economica sia attraverso l’Atlantico che per i paesi affacciati sul Pacifico, con la marcata esclusione della Cina. Anche la critica al regime comunista cinese tornava alla ribalta dopo decenni di relativo silenzio: l’autoritarismo di Pechino e le sue violazioni dei diritti umani riaffioravano nei media occidentali, e presto la dicotomia democrazia-dittatura tornava a plasmare la lettura occidentale di una relazione vista sempre più come problematica. 

Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca lo scontro si intensificava. Il nuovo presidente optava per il protezionismo commerciale, imponeva tariffe anche ai prodotti degli alleati e, in generale, adottava un atteggiamento assai più assertivo e nazionalista: abbandonava i progetti di nuove aree di libero scambio, si ritirava dagli accordi di Parigi sul clima e rimpiazzava la collaborazione internazionale con l’esercizio unilaterale di pressione diretta da parte americana. Particolarmente significativo era l’abbandono dell’accordo appena realizzato da Obama con Cina, Russia e paesi europei per il controllo del progetto nucleare iraniano, che Trump cancellava e sostituiva con stringenti sanzioni a Teheran. 

Ma il fronte principale era indubbiamente quello cinese. Trump erigeva forti barriere tariffarie ai prodotti di Pechino e iniziava a limitare l’accesso al mercato americano per le aziende ad alta tecnologia, come Huawei. In parte si trattava di pressioni tattiche, per strappare migliori condizioni, ma la strategia di sicurezza americana non lasciava dubbi sull’intenzione di impedire l’ulteriore ascesa tecnologica, economica e strategica della Cina. Xi Jinping, dal canto suo, non si ritraeva dalla sfida, anzi la rilanciava. La Cina si proponeva come il vero pilastro di un’economia globale aperta e di un multilateralismo paritario, cui ogni Stato potesse partecipare in piena sovranità senza essere sottoposto agli standard occidentali in tema di diritti umani, libertà politiche o natura del mercato (una critica crescente dell’Occidente era rivolta alle grandi aziende statali e ai sussidi.

 

Tratto da “Storia globale dell’età contemporanea. Dal dominio occidentale all’insicurezza multipolare”, Federico Romero, Carocci Editore, pp. 244, 20,90 euro 


Fonte:

www.linkiesta.it

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