Nausicaä della Valle del vento (1984), il film diretto da Hayao Miyazaki, è ambientato mille anni dopo i “Sette giorni del fuoco”, una catastrofe nucleare ed ecologica che ha cancellato la civiltà industriale. Dopo un’esplosione termonucleare, la Terra viene coperta da una giungla tossica abitata da mostri di ogni tipo e insetti giganteschi chiamati Ohm. Gli uomini che la abitano si fanno la guerra. Nella Valle del vento vive Nausicaä, una principessa dotata di una speciale empatia, che le permette di entrare in relazione con creature considerate nemiche dagli altri uomini. Il film è considerato il manifesto ecologico che caratterizza l’intera produzione cinematografica dello Studio Ghibli. Nel lungometraggio dell’84, gli ecosistemi – pur devastati dall’uomo – tentano di rigenerarsi. In tutte le opere del fumettista giapponese, la natura ha un ruolo centrale: è un organismo vivente, un ecosistema senziente, ricco di biodiversità e peculiarità che interagiscono e si intromettono nelle vite dei personaggi.
Ne La principessa Mononoke (1997), per esempio, la foresta è il teatro di una battaglia tra l’industria e un ecosistema abitato da divinità animali. Ne Il mio vicino Totoro (1988), il bosco è un rifugio, una presenza benevola, che svolge una funzione quasi materna. Ne La città incantata (2001), l’inquinamento di un corso d’acqua diventa un peccato quando il dio del fiume arriva alle terme per purificarsi. In ogni lavoro di Miyazaki, la flora e la fauna appartengono a un ordine morale superiore, dove la natura è maestosa, misteriosa, normativa, e si impone sull’uomo, che la deve rispettare. Con Il ragazzo e l’airone (2023), però, questo impianto valoriale si incrina: il mondo che viene attraversato dal protagonista, Mahito, è mentale e simbolico, e la natura non funge più da principio regolatore. Gli uccelli, i pellicani, i pappagalli, le rane, e gli altri esseri che animano l’immaginario del film appartengono a un disordine interiore e privato, più che a uno spazio fisico.
Il ruolo degli ecosistemi, degli spazi verdi e aperti, non è cambiato solo nelle storie raccontate dallo studio Ghibli: la natura è progressivamente scomparsa dall’immaginario dei prodotti culturali di massa. Nell’articolo How Modern Life Became Disconnected from Nature, pubblicato nel 2017 dal Greater Good Science Center, Pelin Kesebir e Selin Kesebir hanno analizzato sempre minore rappresentazione della natura nella produzione culturale, a partire dal secondo dopoguerra. Per farlo, hanno stilato un elenco di 186 parole legate alla natura, dividendole tra termini generali legati all’ambiente, ma anche specie di fiori, alberi e uccelli. Questi termini, sono stati utilizzati per svolgere un’analisi all’interno di tre archivi, esaminando romanzi inglesi pubblicati tra 1901 e 2000, canzoni entrate nella Top 100 tra il 1950 e il 2011, e trame di film e documentari prodotti tra 1930 e 2014.
Dai risultati della ricerca emerge come dopo gli anni Cinquanta i riferimenti all’ambiente siano calati in modo netto: mediamente, nelle hit musicali risalenti agli anni Cinquanta si trovano tre parole relative alla natura, mentre cinquant’anni dopo ne compare poco più di una. Nel 1957 molti titoli di brani musicali diventati hit si riferivano ad elementi naturali, mentre nel 2007 – si legge nella ricerca – i casi registrati erano solo quattro. L’articolo collega il dato linguistico a più ampi comportamenti ambientali: il contatto con la natura, soprattutto durante l’infanzia, è tra i principali predittori di comportamenti responsabili nei confronti dell’ambiente. Se la natura scompare dal linguaggio e dall’immaginario comune, si indebolisce anche il portato emotivo su cui costruire e sviluappare una sensibilità ecologica.
Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Earth dal ricercatore Miles Richardson ha rilevato che tra il 1800 e il 2020 l’uso di parole legate all’ambiente sia calato del 60,6 per cento, registrando un picco del declino intorno al 1990. Nella ricerca, l’autore parla di “estinzione dell’esperienza” legata alla natura, sottolineando come anche i genitori educhino sempre meno spesso i propri figli a sviluppare un rapporto con l’ambiente e gli spazi verdi. Lo stesso spostamento culturale è visibile anche nel cinema d’animazione. Un paper pubblicato su Sage Journal dal titolo Historical evidence for nature disconnection in a 70-year time series of Disney animated films, tre ricercatori hanno analizzato cinquant’uno film d’animazione Disney e nove film Pixar, realizzati tra il 1937 e il 2010. Dai risultati della ricerca emerge come negli ultimi settant’anni gli ambienti naturali siano stati sempre meno rappresentati all’interno dei film, proposti in forme sempre più antropizzate.
«Questi ambienti naturali disegnati tendono ad essere sempre più controllati dall’uomo, e sempre meno complessi in termini di biodiversità», si legge nella ricerca, che ha preso in considerazione la produzione cinematografica come indicatore del rapporto occidentale con la natura. «Inoltre, poichè l’esperienza dei bambini con la natura si basa in larga parte sui film, la ridotta rappresentazione degli ambienti esterni potrebbe aumentare la disconnessione con l’ambiente». La natura scompare dalle storie, e dal vocabolario con cui si impara a descrivere il mondo. E ciò che non trova spazio, anche nel mondo della fantasia, viene lentamente dimenticato.
Fonte:
www.linkiesta.it



