Una donna di San Pietroburgo ha lasciato il lavoro per non dover installare un’app sul telefono. In diverse università russe, gli studenti rischiano di non poter sostenere gli esami se non la scaricano. In alcune scuole, i genitori sono obbligati a usare quell’app specifica per comunicare con gli insegnanti. L’app si chiama Max, è il tentativo del Cremlino di costruire una piattaforma digitale nazionale sul modello cinese: un’unica infrastruttura attraverso cui comunicare, lavorare, pagare, accedere ai servizi pubblici. Il problema, si capisce, è che non si tratta solo di tecnologia.
Da mesi le autorità russe spingono, e in alcuni casi costringono, cittadini, studenti e lavoratori a migrare su Max, una piattaforma sviluppata dal gruppo VKontakte (VK), controllato dallo Stato. L’obiettivo è replicare in Russia il modello delle super app cinesi come WeChat o Douyin, integrando una gran varietà di funzioni in un unico ecosistema digitale. Secondo Vladimir Kiriyenko, amministratore delegato di VKontakte, quello cinese è il modello del futuro, il gold standard a cui ispirarsi. «WeChat è spesso citato come esempio di successo grazie al suo sistema aperto», ha detto, sottolineando l’intenzione di trasformare Max in una piattaforma capace di integrare servizi di terze parti, chatbot e strumenti per le imprese. Oltre cinquecentomila aziende, ha detto, si sono già registrate.
Solo che al momento le ambizioni di Kiriyenko si sgonfiano all’impatto con la realtà. Max resta molto indietro rispetto a Telegram, oggi la piattaforma più diffusa in Russia, che nel tempo si è trasformata in un ecosistema complesso fatto di canali, servizi, monetizzazione e persino transazioni in criptovalute. Nonostante le pressioni del governo – inclusi rallentamenti e restrizioni su app concorrenti – molti utenti continuano a usare Telegram.
Questa resistenza ha a che fare con la natura stessa del progetto. Max non è solo un prodotto tecnologico, ma il perno di una strategia che porterebbe a una grande concentrazione di potere. «Se puoi costruire un’app che integra già sorveglianza e censura al suo interno, hai il controllo», aveva spiegato qualche anno fa la ricercatrice Roya Ensafi, a Mike Eckel di Radio Free Europe, all’alba del progetto Max, sottolineando come questo tipo di infrastruttura renda molto più semplice monitorare gli utenti rispetto ai sistemi tradizionali.
Per capire la direzione di questo progetto bisogna guardare anche a chi lo guida. A capo di VK c’è Vladimir Kiriyenko, figlio di Sergey Kiriyenko, primo vice capo di gabinetto del Cremlino e una delle figure più influenti del sistema russo. Negli ultimi anni Sergey Kiriyenko ha preso in mano la gestione del consenso nel Paese, supervisionando campagne digitali, operazioni di influenza e architetture di comunicazione politica sia all’interno che all’esterno della Russia. Suo figlio è l’uomo dietro Max. E il legame tra tecnologia e potere è tutt’altro che teorico. Secondo diverse ricostruzioni, il blocco o il rallentamento di piattaforme concorrenti come WhatsApp e Telegram si inserisce in una strategia più ampia per spingere gli utenti verso un ecosistema controllato. Più persone usano Max, più cresce la capacità dello Stato – e delle élite che lo gestiscono – di governare lo spazio digitale.
Questo processo non nasce oggi. Da oltre vent’anni il Cremlino lavora per costruire una “internet sovrana”, attraverso leggi, pressioni sulle aziende tecnologiche e sistemi di sorveglianza come il Sistema di accertamento investigativo (Sorm), che permette ai servizi di sicurezza di monitorare il traffico online. Dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, questa strategia ha subito un’accelerazione, con il progressivo ridimensionamento delle piattaforme occidentali e il rafforzamento di alternative domestiche come VK.
Il passaggio alla logica della super app sarebbe un salto qualitativo, in Russia. Non si tratta più solo di filtrare o censurare i contenuti, ma di creare un’infrastruttura integrata in cui comunicazione, servizi e identità digitale convergono. Un sistema in cui il controllo non è esercitato dall’esterno, ma incorporato nell’architettura stessa della piattaforma. Il modello di riferimento, non a caso, è la Cina. A differenza dell’ecosistema digitale di Pechino, quello russo deriva da un contesto più aperto e frammentato, dove piattaforme straniere e strumenti di aggiramento come le Vpn restano diffusi. Anche per questo, il Cremlino è costretto ad alternare incentivi e coercizione, innovazione e pressione. La promessa del regime è quella di semplificare la vita dei cittadini, centralizzando servizi e comunicazioni. Ma dietro quella retorica si nasconde una riduzione dello spazio digitale autonomo.
Fonte:
www.linkiesta.it



