Il punto di congiunzione tra i danni del Cialis sulla classe dirigente e il corso Shenker frequentato da Susanna Ceccardi arriva nella notte di giovedì, in una mail inviata da Tokyo.
Mentre tutti ci interroghiamo su quel problema della destra che potremmo definire in modi volgari e da bar, ma eufemisticamente sintetizzeremo in «le signorine» (che contrappasso è, se il governo presieduto da una donna ha il costante problema dei sottoposti di quella donna che s’inguaiano grazie a quel tirante che hanno nelle mutande?), sull’Instagram di Susanna Ceccardi c’è da una settimana un video meraviglioso.
Ci sono lei e un altro carneade (uno la cui bio social dice «Italian patriot»: Alberto Sordi dove sei, Alberto Sordi torna, Alberto Sordi ci manchi) che, assieme al conservatore americano Joey Mannarino, recitano una poesiola di Natale contro il woke. I due italiani la scandiscono in un inglese che fa venir voglia di chiedere scusa a Matteo Renzi e Francesco Rutelli.
Dico poesiola perché è chiaro che hanno tentato di ritmarla, per spiegarci che il woke falsifica tutto uno dice «Truth?», l’altra risponde «Gone». C’è il problema che Instagram ha i sottotitoli automatici che equivocano la pronuncia ceccardiana, e la verità diventa una pistola, «gun» – è anche una bella immagine, ma è involontaria.
Insomma questo video sta lì da una settimana e sembra di sentir parlare del buco nell’ozono. Il woke? Che cos’è, il 2021? Possibile che l’Italia sia così in ritardo sull’America, e allo stesso tempo smaniosa di americanizzarsi, da essere disposta a importare in ritardo dibattiti lì già stramorti?
Certo, esistono ancora quelli che si terrorizzano di venire aggrediti sui social dalle brigate moralizzatrici, ma è gente che fino all’altroieri ha vissuto in una grotta: le persone normali ormai sanno che non c’è Torquemada di Instagram le cui istanze non siano azzerabili con una pernacchia.
Il più clamoroso errore di Fabrizio Corona è stato definire la sua guerriglia agli eredi Berlusconi come «MeToo gay». Al di là delle diverse dinamiche della sessualità tra maschi gay (che nessuna unione civile può addomesticare se non per piccolissime minoranze), c’è che a nessuna, se non a qualche fanatica che spera così di guadagnarsi titoli su una stampa americanizzata in ritardo, importa più nulla del MeToo, passato di moda più velocemente delle spalline imbottite.
Louis CK non ha mai fatto il ministro. È un comico, a novembre del 2017 era alla fine del suo settimo anno in stato di grazia: «Of course, but maybe», la formula che è la più rilevante idea che un comico americano abbia avuto da quando Mel Brooks e Carl Reiner si inventarono l’uomo di duemila anni, è del 2010.
Quando il New York Times pubblica le testimonianze di improbabili tizie che lo accusano di aver chiesto loro se potesse menarselo in loro presenza – e loro hanno detto sì, ma era la pressione psicologica d’un uomo di potere che altrimenti avrebbe rovinato le loro carriere di aspiranti comiche – ha compiuto da due mesi cinquant’anni. Ha un film in uscita: non uscirà mai. Ha due contratti con Netflix e con FX: verranno stracciati.
Ricomincia dalle cose piccole: dalle province dell’impero, dai teatri nei quali non sarebbe mai andato quando era uno cui Netflix dava decine di milioni per avere sulla piattaforma la registrazione dei suoi monologhi (in analfabetese: stand-up). Viene persino in Italia. Non è più lui, constata a malincuore chiunque abbia conservato lucidità. Certo, ha ancora dei guizzi, ma non è il gigante che è stato per anni, quello in confronto al quale Ricky Gervais pare uno di “Lol”.
È tuttavia difficile sapere da cosa dipenda: quanti anni di grazia può avere un artista? È normale che a un certo punto la qualità del materiale cali? O è che dal trauma di vederti togliere tutto da tizie che sostengono tu avessi un qualche potere sulle loro carriere non ti riprendi più?
(Aaaaahhhhh, Soncini sta dicendo che un uomo ha il diritto di menarselo davanti a lei non consenziente solo perché quello lì la fa ridereeee. No, Vongola: sto dicendo che tecnicamente erano consenzienti, che il potere intimidatorio di uno che non è il padrone della ferriera è una speculazione intellettuale che non regge di fronte al fatto che nessuna di queste ha nei dieci anni di oblio di CK avuto un qualsivoglia successo come comica, e che se non sai ridere in faccia a uno che tira fuori quell’arnese grinzoso non mi è chiaro come tu possa pensare di fare alcunché di comico).
CK ha ricominciato dall’autopubblicazione, anche. Ha un sito: si è ricomprato i diritti delle sue serie e le ha messe lì, ha messo lì il suo film, ha messo lì i suoi spettacoli. Nel 2021 è tornato a esibirsi al Madison Square Garden (capienza: 19mila e 500 spettatori), perché se una cosa chi osserva questi fenomeni da prima di Susanna Ceccardi ha capito è che non c’è isteria morale che tenga di fronte al talento: solo gli scarsi sono cancellabili, e un CK non in forma è comunque meno scarso di quasi tutti. Persino dopo avergli stracciato il contratto, Netflix aveva tenuto sulla piattaforma i suoi monologhi già acquistati. È come quando gli impiegati trans si offendono per le battute di Dave Chappelle: siamo tanto sensibili alle vostre istanze, ma voi lo sapete quanti abbonati nuovi ci arrivano grazie a Chappelle?
Diversamente da quel che succede nell’editoria, la tv rende ancora di più se non fai da solo. E quindi giovedì notte, da Tokyo, in una mail agli iscritti al suo sito, CK dà due notiziole. Una è che in estate il suo “Ridiculous”, lo spettacolo che qualche mese fa ha portato anche a Milano, sarà su Netflix. L’altra è che a “Netflix is a joke”, il festival di Los Angeles dove i migliori comici contrattualizzati dalla piattaforma si esibiscono per il pubblico pagante dell’Hollywood Bowl (17mila e 500 spettatori), la sua sarà l’esibizione principale.
È ufficialmente finita, i più attenti osservatori se n’erano accorti da un pezzo ma per quelli che con la statistica arrivano sempre con tre anni di ritardo sull’aneddotica serviva questa conferma. Nessun angolino in cui ti hanno messo in castigo per turpitudine morale è eterno, se sei uno molto capace a fare qualcosa.
Se lo sono ripreso adesso che è meno splendido di prima ma comunque vale ancora un sacco di soldi. Ci hanno privati di un po’ di spettacoli minori che magari sarebbero stati maggiori: mancherà sempre la controprova.
Chissà di quanti abbonati si sono privati, certi che sarebbe durato un maccartismo che poi è finito con la rapidità delle mode nella società liquida. Mi sa che sono più contriti i commercialisti di Netflix che quelli di CK, per questi dieci anni di insensata privazione.
Adesso mancano solo due cose. Che Netflix la smetta di negarci la visione del film biografico in cui Gore Vidal era interpretato da Kevin Spacey. E che qualcuno faccia vedere a Susanna Ceccardi i mille monologhi in cui Louis CK parlava della propria fissa per il proprio bigolo.
Non tanto per dimostrarle che non solo la classe dirigente della Meloni è afflitta dall’andropausa: l’uomo cui l’industria farmaceutica ha impedito di a un certo punto pensionarsi dall’erezione è in crisi nel mondo tutto; più che altro perché, vedendo che persino CK può tornare tra i rispettabili, capisca che è rimasta indietro: va tutto bene, quell’allarme le è arrivato quando già era estinto, e la verità è una pistola.
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