low Horses, su Apple TV+, è ormai una serie cult anche tra i non appassionati di spy story. Racconta le vicende di un’unità di reietti del servizio di sicurezza britannico MI5 guidata da uno sciatto e volgare Jackson Lamb interpretato da Gary Oldman. La quinta stagione è basata su un manuale di destabilizzazione che compare nel teaser della quarta. Cinque i passaggi: compromettere un agente; attaccare il villaggio; bloccare i trasporti; controllare i media; assassinare un leader populista. Si tratta di un vecchio manuale britannico, di quella che viene definita political warfare, che un gruppo ostile ha ripreso e adattato al XXI secolo con l’obiettivo di vendicarsi per quanto Londra ha fatto nei confronti dei loro connazionali.
Ecco cosa s’inventa l’organizzazione per controllare i media. Attenzione: spoiler, ma piccolo eh (se vuoi, salta al prossimo paragrafo). Mentre Londra è nel caos, quello vero, i media sono concentrati su una strage di pinguini allo zoo compiuta da un tossico indipendente che aveva lasciato un thermos che conteneva, a sua insaputa, dell’esplosivo per avere in cambio una dose di droga; a reclutarlo un uomo del gruppo che vuole destabilizzare la città.
Interferenze elettorali, sabotaggi delle infrastrutture critiche e disinformazione. Ma anche attacchi informatici, utilizzo dell’immigrazione come “arma” e coercizione economica. In Europa si parla di minacce ibride. Negli Stati Uniti di foreign malign influence (influenza straniera maligna). Nell’Indo-Pacifico si opta per gray zone tactics (tattiche da zona grigia). Si tratta di tattiche caratterizzate da gradualità e dispersione, che rendono difficile identificare una campagna ibrida in quanto il singolo elemento ha un impatto immediato limitato. E ciò genera una forte asimmetria, a partire dal capitale politico richiesto al difensore per denunciare e affrontare una campagna ibrida, specie se raffrontato all’economicità della stessa per l’attaccante.+
Han, che governò la Cina per duecento anni prima della nascita di Cristo e altrettanti dopo, tali attività sono da tempo parte integrante della competizione internazionale. È quanto emerge da uno studio del professor Marco Wyss dell’Università di Lancaster e del professore associato Samuël Kruizinga dell’Università di Amsterdam che quest’anno diventerà il volume “The Grey Zone: In Between War and Peace” per la Oxford University Press.
Al cuore del loro studio c’è una distinzione. Da una parte il concetto di hybrid warfare, che è l’uso concertato e multimodale di tattiche convenzionali e non. Qui torna utile l’acronimo Dimefil, che indica i poteri a disposizione di uno Stato sovrano: diplomatico (D), dell’informazione (I), militare (M), economico (E), finanziario (F), di intelligence (I) e di mantenimento dell’ordine pubblico e del rispetto della legge (L-Law Enforcement). Dall’altra parte c’è la zona grigia, ovvero quello spazio e quel tempo tra guerra e pace dove queste tattiche vengono attuate. La confusione, sostengono Wyss e Kruizinga, indebolisce le risposte strategiche e dottrinali.
Gli autori osservano che il concetto di zona grigia nasce da politici, ricercatori e studiosi occidentali per descrivere le attività di Russia e Cina. I quali dimenticano che spesso anche le potenze occidentali vi hanno fatto ricorso. Basti pensare alle guerre di religione francesi nel XVI secolo o all’impero coloniale portoghese nella sua fase finale nel XX secolo. O ancora, per arrivare ai giorni nostri, ai conflitti cyber e alle rivalità nell’Artico. Ma una novità contemporanea esiste. Anzi, due. Per la prima volta dal secondo dopoguerra, le democrazie occidentali si trovano di fronte a rivali sistemici capaci di schierare risorse economiche e militari paragonabili alle loro: le autocrazie, o dittature che dir si voglia.
L’esempio più evidente è la Belt and Road Initiative, resa possibile dalla straordinaria crescita economica della Cina. Inoltre, la rivoluzione digitale ha aperto fronti di vulnerabilità prima impensabili: infrastrutture ed economie occidentali sono oggi esposte a interferenze remote e difficili da attribuire. E nell’universo online, disinformazione e operazioni di influenza amplificano la competizione globale, che ormai si gioca anche – e sempre di più – su terreni immateriali come quello cognitivo.
In uno scenario segnato da competizione tra modelli di governance e campagna ibride, le autocrazie partono evidentemente in vantaggio, potendo mobilitare ogni strumento a disposizione dello Stato in maniera rapida, economica e soprattutto senza i pesi e contrappesi delle democrazie. E non solo: le libertà di queste ultime rappresentano l’obiettivo migliore delle tattiche nella zona grigia. Per esempio, sarebbe sbagliato pensare che una campagna di disinformazione crei polarizzazione: infatti, si “limita” a sfruttarla e alimentarla. Un’altra asimmetria è misurare queste tattiche, e dunque valutarne gli impatti immediati. Il rischio, in questo caso, è che una comunicazione sbagliata non faccia che alimentare la campagna stessa.
Qualche numero c’è. Ad agosto, il think tank britannico International Institute for Strategic Studies ha pubblicato un rapporto sui sabotaggi russi contro le infrastrutture critiche europee, quasi quadruplicate dal 2023 al 2024, da nove a trentatré, e undici nel solo primo semestre dell’anno scorso. In molti casi c’è il problema dell’attribuzione dell’attacco all’attaccante, che fa di tutto per rendere questo processo più difficile. A questo servono, per esempio, i legami tra l’intelligence militare russa e la criminalità organizzata, specie dopo il giro di vite dei Paesi europei nei confronti delle spie di Mosca che operavano sotto copertura diplomatica.
Ma ciò che viaggia online è anche più difficile da identificare, contrastare, misurare e attribuire. Il Digital Services Act, approvato dall’Unione europea nel 2022 ed entrato in vigore due anni più tardi, è una prima risposta a questo problema specifico: impone alle piattaforme trasparenza tecnica, obbligando accesso ai dati, introducendo audit obbligatori e rendendo visibile la catena di amplificazione delle campagne. Come abbiamo potuto vedere in questi due anni, non è la soluzione alla disinformazione. E non può esistere qualcosa di simile neppure contro le minacce ibride in generale. A meno di non decidere di venire meno alle libertà delle democrazie e dunque, di fatto, cedere alle autocrazie.
Ciò su cui sembra ormai esserci un ampio consenso in Occidente contro le minacce ibride è la necessità di una strategia che sia prima whole-of-government ma anche whole-of-society, coinvolgendo sia tutti gli attori istituzionali sia il resto della società. Come osservano Wyss e Kruizinga, le minacce della zona grigia hanno un impatto sia sulla sfera militare sia su quella civile. Le forze convenzionali, spiegano, restano un tassello imprescindibile: garantiscono la superiorità nei vari livelli di escalation e, allo stesso tempo, costituiscono la cornice dentro cui si muovono le attività nella zona grigia.
Ma i civili non sono soltanto target, sono anche partecipanti attivi. Per esempio attraverso la disinformazione, il sabotaggio o lo sviluppo della resilienza. Per questo, possono – e devono, secondo gli esperti – essere integrati nella pianificazione della difesa e della sicurezza nazionale. Il Digital Services Act è un esempio di un nuovo approccio, visto che chiede ai privati di giocare un ruolo più attivo e responsabile. Lo stesso si può dire del National Security Act 2023 approvato dal governo britannico, che introduce nuove misure contro lo spionaggio, le ingerenze politiche e i sabotaggi. Tra queste, c’è un Foreign Influence Registration Scheme, che ricorda il Foreign Agents Registration Act approvato dal Congresso degli Stati Uniti nel 1938, per regolamentare le attività di influenza politica da parte di Stati stranieri.
In Italia si segnalano, per quanto riguarda la collaborazione pubblico-privato sulle infrastrutture critiche, diverse intese, tra cui il memorandum firmato nell’estate 2022, cioè pochi mesi dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, tra Marina Militare e Sparkle per la protezione dei cavi di telecomunicazione sottomarini. Sul piano della governance, in parlamento giacciono proposte, come la nascita di un’agenzia per la guerra cognitiva in stile Svezia (avanzata dal senatore Enrico Borghi di Italia Viva) o la creazione di uno scudo democratico per favorire la condivisione di informazioni tra le agenzie di sicurezza nazionali (presentata da Azione).
Ma anche, proposta dal senatore Lorenzo Guerini del Partito democratico, presidente del Copasir, l’istituzione di un Consiglio di sicurezza nazionale per dotare il Paese di una Strategia di sicurezza nazionale per colmare un doppio divario – quello del comitato e quella del documento – rispetto a tutti gli altri Stati membri del G7.
Senza dimenticare che l’ultima riunione dell’anno scorso del Consiglio supremo di difesa convocato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva in agenda, sin dalla convocazione, il tema «minacce ibride con riferimento anche alla dimensione cognitiva e alle possibili ripercussioni sulla sicurezza dell’Unione europea e dell’Italia», con la presentazione di un non-paper da parte del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Iniziative e proposte la cui presenza stessa raccontano l’urgenza di affrontare la questione.
Lo stesso accade in Europa con la proposta di uno Scudo europeo per la democrazia presentata dalla Commissione europea a novembre. Fate presto, ma senza velleità di aver trovato una bacchetta magica per un fenomeno che allo stesso tempo sfrutta e mina le fondamenta delle democrazie liberali.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.
Fonte:
www.linkiesta.it



