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L’origine del gioco d’azzardo? Risale all’ultima glaciazione! Scoperti i dadi più antichi del mondo (e sono molto diversi dai nostri)

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Uno studio archeologico sposta indietro di oltre seimila anni la storia dei dadi e del pensiero probabilistico nelle Americhe

Il caso entra nella storia umana molto prima delle città, dei palazzi, dei regni. Entra fra mani abituate a cacciare, spostarsi, sopravvivere. Un nuovo studio pubblicato su American Antiquity colloca i più antichi dadi oggi conosciuti fra 12.800 e 12.200 anni fa, alla fine dell’ultima glaciazione, in siti della cultura Folsom tra Wyoming, Colorado e New Mexico. La data cambia parecchio la prospettiva: quei reperti precedono di oltre 6.000 anni i dadi più antichi finora attribuiti alle società del Vecchio Mondo.

Per gli storici della matematica, i giochi di dadi segnano una delle prime forme strutturate di rapporto con la casualità. Prima arrivano il gesto, la regola, l’attesa del risultato. Solo molto dopo arrivano la teoria, i numeri scritti, le formule. In questa storia, le popolazioni native del Nord America occupano adesso un posto centrale: il nuovo lavoro sostiene che nelle Americhe si sperimentavano esiti casuali in forme ripetibili e regolate quando nel Vecchio Mondo quella cronologia risultava ancora molto più tarda.

Quei dadi, oltretutto, assomigliavano poco all’idea che abbiamo oggi. Erano dadi a due facce, i cosiddetti binary lots: piccoli pezzi d’osso piatti o leggermente arrotondati, spesso ovali o rettangolari, abbastanza piccoli da stare nel palmo della mano e venire lanciati in gruppo. Una faccia veniva resa riconoscibile con segni, trattamenti della superficie o colorazioni; quella era la faccia “che contava”. A ogni lancio il risultato dipendeva da quante di quelle facce finivano verso l’alto. Semplice da vedere, chiarissimo da usare, perfetto per trasformare l’incertezza in una regola condivisa.

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©American Antiquity

Quando il gioco smette di sembrare un passatempo

La parte più forte dello studio sta anche nel metodo. Il ricercatore Robert J. Madden ha costruito un test morfologico partendo da 293 serie storiche di dadi indigeni documentate all’inizio del Novecento. Poi ha ripreso in mano reperti già scavati, fotografati, catalogati, spesso rimasti per decenni sotto etichette vaghe come “possibili pezzi da gioco”. Applicando quel criterio al record archeologico ha identificato oltre 600 esemplari diagnostici o probabili, distribuiti in 57 siti di un’area che oggi tocca 12 stati USA e attraversa grandi fasi della preistoria nordamericana. In sostanza, la traccia c’era da tempo. M mancava un modo serio per riconoscerla tutta insieme.

Il risultato pesa per una ragione ulteriore. Questi oggetti suggeriscono che il gioco d’azzardo, o comunque il gioco affidato al caso, funzionasse come una tecnologia sociale. Creava uno spazio regolato, leggibile da gruppi diversi, utile per incontrarsi, scambiare beni e informazioni, stringere alleanze, gestire incertezza e convivenza. Dentro quel meccanismo c’era già una familiarità concreta con regolarità probabilistiche che oggi associamo a concetti molto più tardi, compresa la legge dei grandi numeri. Nessuno parla di teoria formale in pieno Pleistocene. Si parla di pratica, osservazione, ripetizione, intelligenza collettiva. Ed è già parecchio.

Per questo il ritrovamento va oltre l’effetto “i primi dadi della storia”. Racconta un’umanità che molto presto aveva già capito una cosa essenziale: esistono eventi che sfuggono al controllo diretto, e proprio per questo si possono incanalare dentro regole, punteggi, rituali condivisi. Prima dei casinò, prima degli imperi, prima dei dadi a sei facce, c’era già qualcuno che affidava al caso una parte del mondo. Bastavano pochi ossi e una mano ferma.

Fonte: American Antiquity

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Fonte:

www.greenme.it

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