Lei in rosso fiammante, lui in blu presidenziale: «Giorgia!». Un abbraccio esibito, un afflato raro, anzi mai visto prima. Brevi istanti da film di Claude Lelouch. A beneficio mediatico, sugli scalini dell’Eliseo si è vista una nuova coppia europea: Giorgia Meloni e Emmanuel Macron. Probabile che lei, dentro di sé, nutra per il presidente francese la medesima antipatia di sempre, ma non è questo che interessa. La notizia è che la presidente del Consiglio non è mai stata così volenterosa come adesso, e Macron l’ha accolta come il figliol prodigo: ponti d’oro all’ex nemico che, in qualche modo, viene a Canossa. Certo, Meloni ci ha messo tre anni ad arrivare.
Sì, a diverse riunioni dei volenterosi aveva partecipato, in presenza e spesso da remoto, a Parigi e a Londra, ma sempre con quell’aria imbronciata, mai a suo agio tra i grandi d’Europa, sempre fredda, perennemente ostentando l’equidistanza tra l’Europa e l’America. Il famoso ponte, che adesso la presidente del Consiglio deve in qualche modo rimettere in piedi dopo il bombardamento di Donald Trump. E non può, Meloni, che ripartire dall’Europa: da Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz.
C’è chi si attende, in questo abbrivio europeista, che a Bruxelles il gruppo inventato da Giorgia, l’Ecr, possa avvicinarsi – sino a fondersi? – con i popolari. Sarebbe una novità importante, che avrebbe riflessi anche in Italia, con un automatico avvicinamento a Forza Italia e una corrispondente, ulteriore distanza dalla Lega. D’altra parte, Meloni non ha alternative. Bruciata la carta sovranista e trumpiana, non potrà che guardare al centro.
Scrollarsi di dosso l’odore Maga è elettoralmente vitale. Ammesso e non concesso che abbia la necessaria duttilità strategica, sinora inesistente, deve tentare di aprire una nuova fase della sua avventura politica, sfidando l’inevitabile accusa di incoerenza. Per adesso, la presidente del Consiglio si è messa nella scia dei grandi Paesi europei. Non è poco.
La riunione dei Volenterosi – i quattro (Francia, Germania, Regno Unito e Italia) più decine di nazioni collegate – è scivolata via senza troppi problemi. Macron e Starmer avevano già risposto a tutto. Dalla settimana prossima partirà la missione guidata da inglesi e francesi per sostenere l’apertura dello stretto di Hormuz, già promessa da Teheran. Il nostro Paese c’è. Ha detto la presidente del Consiglio: «L’Italia offre la sua disponibilità a mettere a disposizione proprie unità navali, sulla base di un’autorizzazione parlamentare, per quelle che sono le nostre regole costituzionali. È un impegno in linea con le missioni Aspides e Atalanta».
Trump, ovviamente, si è ulteriormente irritato: vuole che la pace, se tale sarà, venga ascritta per intero a lui. Roma è stata messa nel mirino. Con colpevole ritardo, ora Trump è considerato un mezzo matto e, tuttavia, o proprio per questo, una ricucitura sembra molto lontana. Le diplomazie contano relativamente e il rapporto personale tra il boss americano e la presidente del Consiglio italiana è andato. Gli europei sono stati scomunicati – «tigre di carta», l’espressione con cui Mao Zedong bollava proprio gli Stati Uniti e i reazionari – e da Trump gentilmente invitati a stare alla larga. Ma l’Europa non ci pensa per niente. Le due sponde dell’Atlantico non sono mai state così lontane e l’Italia di Meloni, stavolta, sta da una parte, quella europea. Almeno fino alla prossima svolta.
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