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Mps, Lovaglio sega Caltagirone e Passera. Ora il nodo Generali

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Anche ieri Luigi Lovaglio ha fatto l’en plein. Il nuovo consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena ha incoronato la linea del banchiere lucano: Luigi Lovaglio amministratore delegato con deleghe da direttore generale, Cesare Bisoni presidente, Flavia Mazzarella e Carlo Corradini vicepresidenti. Nessun compromesso, nessun onore delle armi alla sconfitta lista del cda uscente, ossia a Caltagirone.

UN CDA SPACCATO, MA SENZA MEDIAZIONI

La fotografia uscita dalla lunga riunione di Siena è quella di un consiglio diviso a metà, ma con una maggioranza compatta e determinata. Gli otto consiglieri della lista Plt hanno votato in blocco, facendo valere il mandato ricevuto in assemblea – dove avevano ottenuto il 49,9% dei voti contro il 38,8% della lista del cda uscente – e imponendo le loro scelte su tutta la linea.

Dall’altra parte, la minoranza ha fatto muro. Sei consiglieri espressione del vecchio board più quello di Assogestioni hanno votato contro praticamente su tutto. Il risultato finale è stato quindi di otto a sette. Un margine minimo, ma sufficiente per segnare una linea netta.

Non c’è stato alcun compromesso. Nei giorni precedenti si era parlato della possibilità di lasciare almeno la presidenza alla minoranza, con nomi come Corrado Passera o Paolo Boccardelli che circolavano come possibili soluzioni di equilibrio. Ma Lovaglio ha scelto un’altra strada. Ha tirato dritto, costruendo una governance interamente nelle mani della sua maggioranza. Alla vicepresidenza sono passati Flavia Mazzarella e Carlo Corradini, entrambi dalla lista Plt della famiglia Tortora. Con Corradini, in particolare, Pierluigi Tortora è passato all’incasso, visto che è anche suo socio nella holding di famiglia.

TENSIONI, COMITATI E PARTITA APERTA

Il clima della riunione è stato tutt’altro che disteso. Quasi nove ore di confronto, con momenti di forte attrito e una spaccatura che si è riflessa anche nella gestione dei comitati interni.

L’unico organismo definito è stato quello nomine e remunerazioni, assegnato interamente alla maggioranza dopo che i consiglieri di minoranza hanno rifiutato di parteciparvi. Alla presidenza è andata Patrizia Albano, affiancata da Massimo Di Carlo, Paola Leoni Borali e dalla stessa Mazzarella. Tutti gli altri comitati sono stati rinviati a una successiva riunione.

Un segnale chiaro: il consiglio parte operativo, ma politicamente potrebbe ritrovarsi bloccato. E infatti la minoranza è pronta a dare battaglia anche fuori dal perimetro societario.

VERSO I RICORSI

Sul tavolo ci sono già ipotesi di ricorsi a Consob e Bce. Il nodo è quello dell’autonomina: Lovaglio e Bisoni hanno votato per sé stessi, risultando decisivi per l’esito finale.

Dal punto di vista della nuova maggioranza, tutto è coperto da pareri legali. Ma per gli sconfitti si tratta di una forzatura che potrebbe aprire un contenzioso. Lo scontro, quindi, è destinato a proseguire.

Nel frattempo Lovaglio si è anche mosso su un altro fronte delicato: quello del contenzioso legato al suo licenziamento “per giusta causa” deciso dal precedente cda il 7 aprile. Sul tavolo avrebbe messo la disponibilità a un accordo che chiuda ogni possibile rivalsa, nel tentativo di disinnescare un ulteriore fronte di tensione.

IL PIANO: MEDIOBANCA E NON SOLO

Ma il vero punto è la strategia. Lovaglio vuole accelerare. L’obiettivo dichiarato è quello di portare avanti senza indugi il piano industriale al 2030 e, soprattutto, il progetto di fusione con Mediobanca.

Un dossier che promette sinergie per circa 700 milioni e che dovrà passare da un’assemblea straordinaria, con l’ambizione di arrivare alle decisioni già prima dell’estate. È questo il cuore della visione del banchiere lucano, quella che aveva portato allo scontro con il vecchio board e che ora torna al centro con una governance a lui favorevole. Ma Mediobanca è anche il ponte diretto verso Generali (di cui Piazza Meda detiene il 13,2%). Ed è qui che la partita si allarga.

IL NODO GENERALI E LA MOSSA DI UNICREDIT

Il baricentro del sistema resta il Leone di Trieste. Lo dimostra anche la mossa a sorpresa, ieri, di Unicredit all’assemblea di Generali, dove il gruppo guidato da Andrea Orcel si è presentato con una quota salita all’8,7%. Una mossa che ha riacceso tutte le dinamiche attorno al gruppo assicurativo.

Ufficialmente si tratta di un “investimento finanziario”. Ma il contesto suggerisce altro. L’ingresso rafforzato di Orcel viene letto come un segnale agli altri soci: la partita su Generali è aperta e Unicredit vuole giocarla da protagonista, anche perché il destino di quel 13,2% detenuto da Mediobanca – e dunque oggi sotto l’influenza di Mps – rappresenta l’ago della bilancia per il controllo futuro della compagnia.

Secondo Repubblica, quello di Orcel è “un segnale agli altri commensali volto a occupare un posto a tavola ben saldo nel momento in cui si verrà a delineare il futuro assetto delle Generali. Soprattutto dopo i recentissimi eventi che hanno visto in Mps prevalere la linea Giorgetti-Lovaglio-Grilli-Milleri è un modo per occupare un posto stabile al tavolo dove si decideranno i nuovi equilibri”.

IL PIANO (SMENTITO) DI LOVAGLIO SU GENERALI

In questo contesto prende corpo un altro scenario. Secondo il Financial Times, Lovaglio starebbe valutando la cessione della quota di Generali, in capo a Mediobanca, per finanziare una possibile integrazione con Banco Bpm, gradita appunto a Giancarlo Giorgetti.

Una partecipazione che vale circa 7,4 miliardi e che potrebbe diventare la leva finanziaria per costruire un nuovo polo bancario nazionale. L’idea sarebbe quella di trasferirla a investitori italiani di lungo periodo, in linea con le indicazioni del governo, che considera Generali un asset strategico.

Tra i possibili acquirenti vengono citati proprio Unicredit e la rivale Intesa Sanpaolo, anche se entrambe le opzioni presentano complessità: la prima è impegnata su altri fronti internazionali, la seconda avrebbe problemi di antitrust.

Ma Mps ha subito smentito: il gruppo bancario senese ha fatto sapere che non è allo studio alcuna ipotesi relativa alla vendita della quota in Generali e che la banca è interamente focalizzata sul processo di integrazione e fusione con Mediobanca. Lo stesso Lovaglio aveva pubblicamente definito la partecipazione nel Leone “nice to have” dopo la vittoria in assemblea della scorsa settimana.

DELFIN E GLI INCROCI DEL SISTEMA

Il quadro si amplia ulteriormente se si guarda agli incroci azionari. Come dichiara all’Adnkronos Michele Calcaterra, professore di corporate finance alla Bocconi, “è difficile ignorare gli incroci con Delfin, Mediobanca e il dossier Mps”. Generali è lo snodo attorno a cui ruotano interessi bancari e industriali.

La Delfin dei Del Vecchio resta un attore chiave: è azionista rilevante sia nel Leone, con circa il 10,05%, sia nel Monte dei Paschi, dove detiene la maggioranza relativa attorno al 17,5%. E ha avuto un ruolo decisivo nel successo della lista Lovaglio, assieme a quel Banco Bpm di cui si ipotizza una integrazione con Mps.

In questa rete di partecipazioni, come evidenziato ieri da Startmag, si inquadra anche il legame con Unicredit, che si intreccia con Delfin non solo sul piano degli equilibri in Generali, ma anche su quello finanziario. La banca di Andrea Orcel è tra gli istituti che potrebbero concedere il maxi-finanziamento da circa 10 miliardi per il riassetto della holding della famiglia Del Vecchio.

Il voto del cda di Mps, dunque, non avviene nel vuoto. È un passaggio dentro una partita molto più ampia, che coinvolge Mediobanca, Generali, Banco Bpm e i principali gruppi bancari italiani.

 


Fonte:

www.startmag.it

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