Sono tante le carriere che, oggi, Giorgia Meloni vorrebbe separare. Comprese quelle che, ieri, ha contribuito a unire. Una metafora – di gran moda dopo il referendum sulla giustizia – che vale non solo in politica estera, dove la premier sta maledettamente soffrendo la liaison con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, ma anche per il sistema bancario di casa nostra, dove l’abbraccio con l’imprenditore romano Francesco Gaetano Caltagirone si sta rivelando diabolico.
L’avanzata del governo Meloni verso le casematte del potere finanziario, in tandem con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, è partita da lontano e si è materializzata in tre passaggi chiave: la riscrittura di alcune norme societarie, sfociata nella cosiddetta Legge Capitali; la narrazione patriottica sulla difesa del risparmio nazionale; la privatizzazione del risanato Monte dei Paschi di Siena, nel ruolo aggregante di terzo polo bancario.
L’operazione mirava a conquistare il santuario della finanza italiana sull’asse Milano–Trieste (Mediobanca–Generali) e si è concretizzata anche grazie a una convergenza di interessi con Caltagirone, che da una decina di anni investe miliardi sia in Piazzetta Cuccia sia nel Leone, senza però riuscire a comandare, e con la Delfin degli eredi di Leonardo Del Vecchio, scomparso nel 2022 e che, a sua volta, si era alleato a Caltagirone.
E così è stato: Mps è stato usato per scalare Mediobanca, che a sua volta detiene le chiavi di casa (il 13 per cento) delle Generali. Le forze motrici della scalata sono state Caltagirone e Delfin, azionisti di peso in tutte le società (Mps, Mediobanca e Generali). Ma, senza il ruolo aggregatore e facilitatore del governo, che in Mps mantiene tuttora una quota del 4,8 per cento, non se ne sarebbe fatto nulla.
A monte dell’intera operazione c’è dunque stata una visione condivisa, di cui poi Caltagirone è diventato il soggetto privato più rilevante nella governance del nuovo Mps. Mentre Delfin, orfana di Del Vecchio, pur avendo la quota di maggioranza relativa (17,5 per cento, contro 11,5 per cento del Calta), si è via via smarcata, ritagliandosi un ruolo di investitore finanziario puro, forse anche in vista di una futura dismissione e spartizione tra eredi. Il problema è che ora Caltagirone sta passando all’incasso, rivelando quello che molti osservatori di finanza, oltre che i giudici che lo hanno indagato a Milano per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, sospettano da tempo. E cioè: l’obiettivo di tutta l’operazione non è altro che mettere le mani su Generali.
Il terzo polo bancario e la difesa del risparmio nazionale da mire straniere appaiono sempre più come la cornice opportunamente utilizzata nel costruire il rapporto con il governo Meloni. Così, alla vigilia del rinnovo dei vertici di Mps, in agenda nell’assemblea dei soci del prossimo 15 aprile, il Monte Paschi ha deciso di cambiare il Ceo. Un ribaltone.
A dicembre il Cda aveva dato il suo pieno sostegno a Luigi Lovaglio, il manager scelto a suo tempo dal Mef per salvare e risanare Mps e, successivamente, protagonista della scalata a Mediobanca; ma, tre mesi dopo, lo stesso Cda ha proposto una lista di consiglieri, secondo le norme introdotte dalla Legge Capitali, che escludeva Lovaglio, con la motivazione del suo coinvolgimento nell’inchiesta della procura milanese. E il sostituto proposto, Fabrizio Palermo, è considerato molto vicino a Caltagirone, tanto da averlo candidato nel cda delle Generali, dove siede dal 2025.
Sullo sfondo c’è il tema che avrebbe irritato Caltagirone, e cioè un progetto diverso dal suo per il futuro di Mediobanca e Generali. La questione ha spinto la Banca centrale europea a scrivere una lettera di avvertimento al presidente di Mps, Nicola Maione, in cui si esprime timore per il cambio di leadership non abbastanza motivato. Anche perché Palermo è conosciuto come un dirigente focalizzato sull’operatività, bravo nel rilanciare le aziende, ma la mancanza di esperienza rilevante nella gestione di una banca pesa molto contro di lui. In altri termini, dice la Bce, potrebbe non rispettare i parametri fit-and-proper che la Bce si riserva di valutare a nomina avvenuta.
All’intervento della Bce si è aggiunto quello di Iss, uno dei due big proxy advisor che danno indicazione di voto agli investitori istituzionali, che in Mps hanno il 50 per cento del capitale, evidenziando l’anomalia di un processo di successione affrettato e mal pianificato. Iss consiglia la lista del Cda, perché le proprie regole pongono un’asticella molto alta per opporsi alle raccomandazioni del consiglio, ma boccia sia il presidente Maione, che la lista l’ha proposta, sia il consigliere Lombardi, che nel comitato nomine l’ha composta, sia lo stesso figlio di Caltagirone, Alessandro, oltre ad altri considerati non indipendenti.
In vista dell’assemblea è poi arrivata una seconda lista di maggioranza, presentata dall’ex socio di Mediobanca Pierluigi Tortora, che ricandida Lovaglio. In questo modo la battaglia per la prossima guida di Mps–Mediobanca è diventata quel groviglio di interessi, sospetti e procedure poco trasparenti di cui le cronache finanziarie danno quotidianamente conto da un paio di mesi. E che, come ha scritto ieri, in un lungo articolo, l’editorialista di Bloomberg Paul J. Davies, per la banca più antica d’Italia è l’ennesima fonte di imbarazzo. Di sicuro lo è di fronte al mercato dei grandi investitori istituzionali. Ma, indirettamente, lo diventa anche per il governo italiano, impegnato con quegli stessi investitori nell’impresa di costruire una duratura reputazione di affidabilità finanziaria, necessaria per collocare il debito italiano nel breve, medio e lungo periodo.
In questa chiave c’è da aspettarsi che anche Meloni si stia chiedendo se il gioco del sostegno dato a Caltagirone sia valso la candela, o se, a un certo punto, i costi superino le opportunità. Aver dichiarato – in un’intervista a Bloomberg del 27 febbraio – che in Mps «il ruolo del governo è finito» ha avuto l’effetto opposto, lasciando il campo libero a Caltagirone. Le carriere andrebbero separate meglio, o la responsabilità del futuro di Generali, la prima realtà finanziaria di respiro e dimensioni internazionali, sarà anche di questo governo.
Fonte:
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