Niente comunisti, meglio se non
propensi alle rivendicazioni sindacali e senza problemi di
orientamento sessuale. Questo, nei desiderata del noto chef
Paolo Cappuccio, era l’identikit perfetto della persona che
poteva ambire a lavorare nella “brigata di cuochi” di un
importante hotel di Madonna di Campiglio. Il testo dello chef
stellato, e le successive interviste su media nazionali in cui
rimarcava la propria idea, sono però state definite
discriminatorie dal Tribunale di Trento. Si conclude così il
ricorso presentato dalla Cgil del Trentino, assistita dagli
avvocati Giovanni Guarini e Alberto Guariso.
I fatti risalgono al 4 luglio dello scorso anno quando con un
post sul proprio profilo Facebook Cappuccio rilanciava le
caratteristiche che doveva avere, o non avere, chi intendeva
partecipare alla selezione, promossa da lui, come chef o
pasticcere per la stagione invernale in un albergo di Madonna di
Campiglio. Contenuti, ripresi dalla stampa locali, ribaditi ad
un’intervista su La Zanzara e su un articolo de Il Giornale.
Una sentenza “storica” quella scritta dalla giudice
Giuseppina Passarelli, tra le pochissime in Italia di questo
tenore, in cui Cappuccio viene condannato per “il carattere
discriminatorio” delle sue dichiarazioni e per le quali dovrà
risarcire al sindacato di Via Muredei una somma pari a 6.000
euro, più le spese legali. Il Tribunale ha stabilito, inoltre,
che la sentenza dovrà essere pubblica su un giornale nazionale,
Corriere della Sera, Repubblica, Il Sole24Ore, La Stampa o il
Fatto quotidiano.
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