Il danno e la beffa del rapporto deficit/pil al 3,1 per cento, ufficializzato ieri da Eurostat, e della conseguente permanenza dell’Italia nella procedura d’infrazione per uno zero-virgola-uno, confermano un’antica legge della politica: i conti si pagano tutti insieme. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia e il fallimento di tutta la sua strategia di politica estera (il famoso ponte tra Europa e Stati Uniti), per Giorgia Meloni la mancata uscita dalla procedura assomiglia molto al colpo di grazia. In pratica, significa che alle prossime elezioni il governo si presenterà a mani vuote, in tutti i sensi: senza alcun risultato apprezzabile da poter vantare (i centri albanesi? il decreto rave? la riforma del codice della nautica da diporto?) e senza soldi per farsi perdonare.
La tragedia è che atti e proclami dell’opposizione, verosimilmente destinata a vincere o quanto meno a pareggiare le prossime elezioni, non lasciano spazio a grandi speranze. Come ha giustamente notato Luciano Capone, infatti, le forze del campo largo che contestano al governo di non essere uscito dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo sono le stesse che da tre anni denunciano la sua politica di «austerità». Ma soprattutto sono le principali responsabili, in particolare con il superbonus, del disastro dei conti pubblici, come ha notato Meloni un po’ meno giustamente, essendosi dimenticata di ricordare le sue battaglie per estenderlo e prorogarlo fino all’ultimo. Sta di fatto che quest’anno l’Italia supererà la Grecia come paese con il debito pubblico più alto d’Europa, lo ha certificato la settimana scorsa il Fondo monetario internazionale.
Ma il bello è che la politica estremamente espansiva (450 miliardi in totale, tra Superbonus e Pnrr) che ha fatto impennare il debito,
, ha avuto effetti praticamente nulli sulla crescita, sempre ferma al di sotto dell’1 per cento. Come avviene, con rare eccezioni, praticamente da trent’anni filati. È la storia della Seconda Repubblica (cosiddetta). Economia e politica sono due facce della stessa stagnazione, che minaccia di proseguire ancora a lungo, vista l’evidente coazione a ripetere di tutti gli attori in campo, e da cui a questo punto solo una crisi di sistema potrebbe salvarci. Ma ormai comincio a temere sia troppo tardi anche per quella.
Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema.
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