HomeAnalisi & InchiesteQuando il pubblico paga il pubblico per parlare al pubblico

Quando il pubblico paga il pubblico per parlare al pubblico

Date:

Articoli correlati

Libano, la guerra di Netanyahu

L’otto aprile 2026 sarà per sempre ricordato come il...

L’ottimismo e la ragione al Gastronomika Festival 2026

La quinta edizione del Festival di Gastronomika sta arrivando! L’appuntamento...

La crisi climatica impone per la prima volta all’umanità di giustificare sé stessa

Nell’Antropocene, d’altronde, il nichilismo assume il suo massimo grado...
Pubblicitàspot_imgspot_img

Come cantava Renato Zero: «Viva la Rai, ci fa crescere sani. Viva la Rai, quanti geni lavorano solo per noi». E ai «geni» della Rai si è rivolto Renato Schifani, che ha deciso un maxi-investimento proprio nella tv di Stato. Un’operazione che, sulla carta, si chiama promozione turistica. Ma che, nei numeri e nei tempi della politica, rischia di somigliare molto di più a una massiccia campagna di visibilità pubblica, finanziata con risorse regionali e veicolata dal principale megafono nazionale.

La giunta regionale siciliana ha approvato un piano di comunicazione biennale, 2026-2027, che sfiora i 4 milioni di euro solo per le ospitate e le dirette televisive. Una cifra importante, distribuita su un mosaico di programmi Rai, dalla prima serata all’intrattenimento leggero, passando per i contenitori mattutini e i format dedicati alla natura e al territorio. Il pezzo forte sono i due capodanni in diretta dalla Sicilia: “L’anno che verrà”, il grande evento televisivo di San Silvestro, costerà 800.000 euro a edizione. Totale: 1,6 milioni per due notti di festa, tra cantanti, piazze e cartoline dell’isola.

Ma il Capodanno è solo l’inizio. La Sicilia entrerà nel circuito di “Ballando con le stelle”, il programma di punta del sabato sera condotto da Milly Carlucci, insieme agli spin-off “Ballando on the road” e “Ballando con te”: costo complessivo, 320.000 euro. Spazi più brevi, ma diffusi, sono previsti in “Uno Mattina” e nelle sue declinazioni stagionali: 245.000 euro per apparizioni di pochi minuti. Due settimane di presenza quotidiana a “Camper” valgono invece 300.000 euro, con collegamenti e servizi di circa mezz’ora ciascuno. Ci sono poi i programmi “identitari” del racconto territoriale: “Linea Verde” dedicherà un’intera puntata all’isola, mentre “Linea Verde Sentieri” ne realizzerà due, per un totale di 140.000 euro. Tre apparizioni a “Geo”, il programma pomeridiano di divulgazione ambientale, costeranno 54.000 euro. Non manca lo sport: la Coppa degli Assi, storica gara di equitazione, sarà trasmessa su Rai Sport per 60.000 euro. Nel 2027 si aggiungeranno anche una finestra a “È sempre mezzogiorno” con Antonella Clerici (18.000 euro) e una puntata di “Linea Bianca” (35.000 euro). Il piano non si ferma alla televisione. Sono previsti 200.000 euro per la radio, la partecipazione a eventi come “Rai Porte Aperte”, gli “Screenings” e la festa di Rai Radio3, oltre a contenuti digitali e distribuzione internazionale.

La narrazione ufficiale parla di una campagna «multicanale e multipiattaforma», capace di allungare la stagione turistica, aumentare la permanenza media dei visitatori e sostenere le prenotazioni, soprattutto nelle aree colpite dal ciclone Harry.

Non è una novità, certo. Le istituzioni hanno sempre usato la televisione per promuovere territori e politiche. Qui però on siamo davanti a singole iniziative, ma a una strategia strutturata, costante, biennale. Una presenza «fissa», come scrivono gli stessi atti.

Il punto, allora, non è se sia giusto promuovere la Sicilia. Il punto è come, quanto e perché. Perché quando la promozione coincide con una saturazione degli spazi televisivi, quando l’investimento pubblico si traduce in una narrazione continua e controllata, il confine tra marketing territoriale e propaganda istituzionale diventa sottile.

E forse, a quel punto, la canzone di Renato Zero suona diversa. Non più solo un inno affettuoso alla tv pubblica, ma la colonna sonora perfetta di un’operazione politica: “Viva la Rai”, certo. Ma soprattutto, viva chi la paga. Pubblico che paga pubblico per parlare al pubblico. Una filiera perfetta, quasi un modello teorico di economia circolare applicata alla comunicazione istituzionale. È la migliore economia di Stato possibile: si finanzia da sola e si racconta da sola. Del resto, non è la prima volta che la politica siciliana scopre il potere del telecomando. Solo che, qualche anno fa, il canale era un altro. Allora l’infatuazione non era per Viale Mazzini, ma per Cologno Monzese. Non la Rai, ma Mediaset. Non il servizio pubblico, ma la televisione commerciale. E anche lì, investimenti, spot, eventi speciali. Con una cifra stilistica che oggi appare quasi surreale. Come dimenticare il concerto natalizio de Il Volo registrato nella Valle dei Templi… a fine agosto.

Una scena che meriterebbe di essere studiata nelle scuole di comunicazione. Seicento spettatori a sera, il tempio della Concordia illuminato, orchestra e coro. E soprattutto il dress code: cappotti, maglioni a collo alto, sciarpe. Tutto rigorosamente invernale.

Peccato che fuori ci fossero 35, forse 40 gradi. L’anticiclone africano e Babbo Natale nello stesso fotogramma.

Si registrava lo spettacolo che sarebbe andato in onda la notte del 24 dicembre su Canale 5. E quindi bisognava essere credibili. Anche a costo di sudare sotto la lana, mentre qualcuno, dietro le quinte, ricordava quando applaudire. Un’operazione costata circa 1,2 milioni di euro.

Oggi cambia il palinsesto, cambia l’interlocutore, cambia la piattaforma. Ma il meccanismo resta lo stesso. La Sicilia come scenografia permanente. La politica come regista. La televisione come amplificatore. E il pubblico, ancora una volta, come spettatore pagante.

Ma non basta comprare spazi in televisione. Non basta presidiare i palinsesti. Bisogna anche raccontare, spiegare, orientare. In tre parole: costruire la narrazione.

La giunta guidata da Renato Schifani ha deciso di investire 600.000 euro in tre anni – 200.000 l’anno fino al 2028 – per comunicare i risultati economici del governo regionale. Un piano strutturato, capillare, che attraversa tutti i canali possibili: televisioni, radio, giornali, web, social, cartellonistica urbana. E poi talk, eventi, tavoli tematici con imprenditori e opinion leader.

L’obiettivo dichiarato è duplice: «assicurare una maggiore informazione» sulle politiche regionali e «migliorare la reputazione dell’amministrazione». Tradotto: raccontare che le cose stanno andando bene. E raccontarlo meglio.

Del resto, i numeri ci sono. Il governo rivendica un avanzo di bilancio da oltre 5 miliardi, una crescita economica significativa, una serie di misure da mettere in vetrina: incentivi alle imprese, South Working, agevolazioni edilizie, Super Zes, politiche per attrarre nuovi residenti.

Tutto materiale da comunicazione. Tutto pronto per diventare contenuto. E infatti il piano prevede pubblicità redazionali, banner, approfondimenti sui media, collaborazioni con creator digitali, video per i social. E ancora: eventi e format in cui inserire – nero su bianco – dichiarazioni del presidente e degli assessori.

Fin qui, nulla di sorprendente. Ogni governo comunica. Ogni amministrazione cerca consenso. Il punto è un altro. Ed è scritto, con una certa chiarezza, negli atti. Serve contrastare una narrazione dei media ritenuta «parziale o non aggiornata» sull’operato della Regione. Serve restituire una rappresentazione «più completa e aderente alla realtà».

E qui il cerchio si chiude. Perché dopo aver investito milioni per entrare nei palinsesti, dopo aver comprato visibilità nei programmi televisivi, la Regione decide anche di costruire un proprio racconto parallelo. Una comunicazione diretta, senza intermediazioni, senza filtri. Una versione dei fatti che non passa più necessariamente dal lavoro – imperfetto, discutibile, ma essenziale – della stampa.

Il paradosso è tutto qui. La politica che finanzia i media per raccontarsi. E allo stesso tempo costruisce strumenti per bypassarli. Nel nome, naturalmente, della trasparenza e dell’imparzialità. Qualità che, a questo punto, vengono garantite direttamente da chi governa.

Mentre la Regione investe milioni per raccontarsi – tra televisione, radio, eventi e narrazione – c’è un altro capitolo, molto meno visibile e molto più concreto, che racconta una storia diversa. È quello del Pnrr Cultura.

La Sicilia ha ottenuto 318 milioni di euro, una delle dotazioni più alte d’Italia. Un’occasione storica per restaurare, digitalizzare, valorizzare il patrimonio. Per trasformare davvero l’isola in una piattaforma culturale e turistica moderna. E invece, a fine 2025, risulta speso poco più del 17%. Meno di un quinto.

Un dato che dice tutto. O quasi. Perché dentro quei numeri c’è un elenco impressionante di progetti: il recupero di masserie e chiese rurali, la digitalizzazione di archivi e musei, la rigenerazione dei borghi storici, il rafforzamento della rete dei musei civici. Interventi diffusi, capillari, spesso decisivi per territori marginali.

Eppure, molti di questi progetti sono fermi. O partiti solo sulla carta. Le ragioni sono note: burocrazia, iter autorizzativi lunghi, carenza di personale tecnico negli enti locali, difficoltà progettuali. In alcuni casi, persino rinunce ai finanziamenti per l’impossibilità di rispettare i tempi.

La conseguenza è semplice: le risorse ci sono, ma non diventano cantieri. Non diventano lavoro. Non diventano sviluppo.

E allora il contrasto è inevitabile. Da una parte, milioni spesi per comprare visibilità, per presidiare palinsesti, per costruire una narrazione positiva. Dall’altra, centinaia di milioni già disponibili che restano bloccati nei meccanismi amministrativi, senza riuscire a tradursi in trasformazioni reali.

È come se la Sicilia corresse su due binari paralleli. Nel primo, quello della comunicazione, tutto è veloce: delibere, accordi, programmazione, presenza continua sui media. Nel secondo, quello degli investimenti strutturali, tutto rallenta: autorizzazioni, gare, progettazione, esecuzione.

E alla fine resta una domanda, inevitabile. Cosa produce davvero sviluppo? Un minuto in prima serata o un cantiere che parte? Una comparsata a “Uno Mattina” o un museo che riapre? Un Capodanno in diretta o un borgo che torna a vivere? La risposta, probabilmente, è scontata. Ma è proprio qui che si gioca la partita.

Perché la comunicazione può accompagnare lo sviluppo. Può amplificarlo, raccontarlo, renderlo visibile. Ma non può sostituirlo.

E se la narrazione corre più veloce della realtà, il rischio è sempre lo stesso: che a un certo punto, semplicemente, non venga più creduta.

È il punto in cui la propaganda si scontra con i dati. E perde.

E allora, tornando all’inizio, forse la vera domanda non è quanto spendere per farsi vedere. Ma quanto si riesce davvero a fare.


Fonte:

www.linkiesta.it

Ultimi Articoli

Pubblicitàspot_img