Il progetto che vede protagonista Calafuria, rosato di Tormaresca, insieme al Pantone Color Institute™ è un esempio limpido di come il vino non sia più solo una piacevole bevanda: il colore del vino viene osservato, analizzato, codificato e restituito come linguaggio visivo autonomo.
Nasce così Calafuria Pink, una tonalità che non si limita a evocare il vino, ma pretende di rappresentarlo. Una sfumatura a metà tra pink e peach, più intensa di un pastello, più morbida di un tono pieno, pensata per raccontare la luce del Salento, il riflesso dell’Adriatico, l’idea stessa di estate mediterranea. L’operazione si inserisce nella tradizione delle Magnum d’Artista, progetto con cui da oltre dieci anni Calafuria dialoga con il mondo della creatività contemporanea. Ma qui il passaggio è più radicale: non si parte da un artista, da un segno o da un’illustrazione ma dal colore, che la sintesi ultima del vino.
È un cambio di prospettiva che merita attenzione. Perché il colore, nel vino, è sempre stato un indizio, mai il protagonista. Racconta l’uva, l’estrazione, l’ossidazione, il tempo. È un linguaggio tecnico prima ancora che estetico. Qui invece diventa codice, identità, elemento distintivo replicabile, in un passaggio che avvicina il vino al mondo della moda e del design, dove la coerenza cromatica è parte della costruzione del brand.
La bottiglia stessa, nella Magnum d’Artista 2025, si trasforma in oggetto e non è più solo contenitore, ma diventa superficie narrativa. Il colore esce dal calice e si fa packaging, comunicazione, esperienza visiva in un’operazione coerente con il ruolo di Pantone, che da anni traduce percezioni in standard condivisi, rendendo il colore una lingua comune tra creativi, aziende e industrie. Resta però una tensione interessante. Se il vino diventa colore, cosa accade al suo contenuto? La freschezza garantita dalle brezze adriatiche, le note agrumate e fruttate, la sapidità che richiama il mare, tutto ciò rischia di scivolare in secondo piano rispetto alla forza dell’immagine. Oppure, al contrario, è proprio questa traduzione a renderlo più accessibile e il colore diventa porta d’ingresso, sintesi immediata di un territorio complesso. Un modo per parlare a un pubblico più ampio, meno tecnico, più sensibile ai codici visivi che a quelli enologici. Calafuria Pink funziona perché tiene insieme questi due livelli: da un lato è un esercizio di stile, preciso e contemporaneo, dall’altro resta ancorato a un’origine concreta, a un paesaggio fatto di pinete, luce e vento.

Fonte:
www.linkiesta.it



