Everyone but Conte. Tutti tranne l’amico americano: «Salutami tanto Donald», sembra, si sia raccomandato il legale pugliese con l’emissario dell’uomo della Casa Bianca, Paolo Zampolli, al termine di un pranzetto raccontato da un cronista di Libero. Uno scoop che l’ex presidente del Consiglio ha tentato di minimizzare, «Non era un incontro segreto». Magari è vero, nonostante la saletta riservata, non sarà stato niente di che, ma conferma la solidità del rapporto tra Giuseppi e Trump. Malgrado tanto per dire, la guerra contro la quale il capo del Movimento 5 stelle aveva promesso una grande manifestazione di cui si sono perse le tracce: difficile banchettare con i trumpiani e andare poi in piazza contro di loro.
Un aneddoto racconta che una volta Ciriaco De Mita chiese a un interlocutore: «Ma tu hai capito chi è davvero Giulio Andreotti?». Mezzo secolo dopo, è Ernesto Galli della Loggia (che a differenza di Paolo Mieli si taglierebbe un braccio pur di non rivedere l’avvocato a Chigi) a porre la medesima domanda: «Chi è davvero Conte? Resta un punto molto ma molto interrogativo».
Uno che vuole il dialogo con Vladimir Putin detestando l’Unione europea, uno che ha buttato i soldi con il Superbonus e il reddito di cittadinanza: è questo il futuro della sinistra italiana? Vuole scalare il cosiddetto campo largo, Conte, annunciando la sua primavera, con il suo libro, dunque facendo le scarpe a Elly Schlein. Il che non è illegittimo. Ma è un azzardo enorme.
Se il Partito democratico si accodasse a lui, significherebbe la definitiva vittoria del populismo trasformista che in tanti casi – come scrive Yves Mény nel libro “Fragilità della democrazia” (Morcelliana) – è stato ed è uno stadio decisivo per instaurare quella che Viktor Orbán definì la «democrazia illiberale». Vorrebbe dire la rinuncia, anch’essa definitiva, da parte del Pd a incarnare il partito riformista di governo che è la ragione per cui nacque nel 2008. Oltre, ça va sans dire, la fine politica di Elly Schlein, che dopo Bersani, Zingaretti, Letta, sarebbe l’ennesima leader mancata. Già, perché è chiaro che se la leader del Nazareno fosse battuta dall’avvocato del popolo dovrebbe lasciare il posto.
E con Conte candidato presidente del Consiglio, il Pd potrebbe anche rischiare di essere superato nelle urne dal M5s. Dunque Schlein dovrebbe fare il contrario di quello che le suggerisce la Ditta. Questa chiede alla giovane segretaria di compiere un beau geste, lasciando la candidatura a premier a Giuseppi, barattandola con molti ministeri e assegnando nel 2029 il Quirinale a uno dei vecchi leoni. Oppure, in subordine, di mandare al Colle proprio Conte sostituendolo lei a Palazzo Chigi. Nemmeno l’epopea della staffetta e il famigerato Caf (Craxi Forlani Andreotti) arrivava a tanto cinismo.
Per cui Schlein avrebbe tutto l’interesse a fare terra bruciata intorno all’uomo di Volturara Appula. È un’idea che ha preso a circolare: un’intesa tra Schlein e i riformisti delle varie formazioni politiche (e perché no anche Avs) da concretizzare al ballottaggio che verosimilmente sarà tra la segretaria dem e il capo del M5S in primarie a doppio turno (una formula che converrebbe anche a Elly). Al secondo turno, o lei o un riformista. Isolando l’avvocato. E anche in un caminetto del campo largo questa intesa taglierebbe fuori l’amico di Trump. Everyone but Conte.
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