Quando lo scorso agosto il controspionaggio angolano ha arrestato due cittadini russi a Luanda con l’accuso di operazioni di destabilizzazione, i giornali africani seguirono la notizia. Quelli occidentali no. Gli arrestati erano legati alle strutture di Yegvgeny Prigozhin, il fondatore del gruppo Wagner, e avevano libri dal titolo esplicito: “Rivoluzioni colorate” e “Guerre sporche”. Un’istantanea della Russia contemporanea in Africa: presente, attiva, ma raramente ai titoli globali. È questo il tema centrale di un nuovo rapporto del South African Institute of International Affairs di Johannesburg firmato da Ivan Klyszcz, ricercatore dell’International Centre for Defence and Security di Tallinn: dalla morte di Prigozhin nell’agosto 2023, la Mosca si è riorganizzata, centralizzando il controllo sulle sue operazioni africane e trasformandole in qualcosa di più sottile, meno visibile, più stato-centrica.
Durante l’era Prigozhin, cioè dal 2017 al 2023, gli ordini venivano da un oligarca con accesso diretto al leader russo Vladimiri Putin. I risultati erano chiaramente visibili: migliaia di mercenari Wagner in Libia e Repubblica Centrafricana, operazioni di influenza politica in diciotto Paesi, media informali che veicolavano la narrativa russa. Dopo Prigozhin, il Cremlino ha trasferito quell’apparato nelle mani dello Stato. Oggi, la propaganda africana russa risponde a Sergey Kiriyenko, vice capo di staff presidenziale; le operazioni militari passano attraverso l’intelligence militare russa (Gru) e lo Stato maggiore; i finanziamenti provengono direttamente dal bilancio federale. È centralizzazione pura. Significa meno improvvisazione, più allineamento con le priorità di politica estera russa globale e – aspetto cruciale – una subordinazione al conflitto ucraino. Se la guerra consuma risorse, l’Africa ne soffre per prima.
La macchina della disinformazione si è sofisticata. L’African Initiative, tecnicamente un’agenzia stampa indipendente fondata nel 2023, coordina con le Russia House (rami culturali del Cremlino in 23 Paesi africani) e con RT/Sputnik. Non è più il caos delle operazioni mediatiche di Prigozhin. È un ecosistema: copertura culturale (le Russia House), legittimità di agenzie di stampa, contenuti per i media locali africani tramite accordi di syndication. Risultato: narrativa russa che arriva ai pubblici africani attraverso canali che paiono locali e neutrali.
Il passaggio più interessante riguarda il militare. Meno Kidal, meno Tinzawaten. Le operazioni del tipo Wagner – centinaia di operatori che influenzano conflitti attraverso la forza – sono in declino. Il nuovo modello privilegia addestramento di forze locali, protezione di élite e raccolta di intelligence. Più discreto. Meno costoso. Meno rischioso sul piano della reputazione dopo i fallimenti in Mali. Più allineato con un esercito russo già spremuto dall’Ucraina. Lo scambio è quello tra visibilità strategica e sostenibilità tattica: il Cremlino sa che non può permettersi disfatte militari pubbliche; preferisce muscoli dietro le quinte.
Klyszcz sottolinea però il rischio di blowback. La propaganda russa, sofisticata, può fracassarsi quando scoperta. Il caso Alabuga Start – programma russo che reclutava donne africane promettendo formazione, ma in realtà le inviava a produrre droni per la guerra – ha generato scandali in Botswana, Zimbabwe, Malawi e Sudafrica. Le operazioni militari russe, intanto, hanno reputazione pessima per disciplina e responsabilità. I rapporti indicano abusi contro le minoranze, come i fulani in Mali. Questo logora i governi locali che cooperano con Mosca.
Lo scenario aperto rimane complesso. Se la guerra ucraina si stabilizza su un livello meno intenso, il Cremlino potrebbe dirottare risorse verso l’Africa per consolidare la propria posizione: meno grandi battaglie, più controllo duraturo su governi strategici. Viceversa, sconfitta seria in Ucraina più pressione africana su cooperazione (per non diventare teatro di proxy), e Mosca si ritrae: l’Africa diventa margine sacrificabile di una guerra globale che il Cremlino sente già persa altrove.
Per ora, il modello post Prigozhin tiene. Centralizzato, sotto copertura, professionale. Ma fragile. Dipende da due cose: dalla resistenza ucraina e dall’agenzia africana. Se gli africani, come stanno iniziando a fare, chiedono conto di disinformazione e abusi, Mosca avrà un problema.
Fonte:
www.linkiesta.it



