Al centro, una stanza, lo spazio di un conflitto interiore. Un compositore in canottiera e pantaloncini, interpretato dall’attore Lino Musella, si muove tra strumenti musicali, ricordi, rancori. La scena è abitata da presenze che prendono forma negli archi: la madre è rappresentata da un violino instabile, la moglie da una viola quasi anaffettiva, la figlia da un violoncello mobile, l’amico è un contrabbasso. Insieme a Musella calcano la scena Iaia Forte, Tania Garribba, Giorgio Pinto, India Santella, Matteo De Luca. Le scene – realizzate dallo stesso Martone – sono arricchite dai costumi di Ortensia De Francesco e dalle luci di Cesare Accetta. I contributi musicali sono a cura di Ernesto Tatafiore per gli strumenti, mentre Pasquale Scialò ha curato la “sinfonia degli attacchi”; mentre Anna Redi, il tango.
Il testo riflette la scrittura di Ramondino, già approdata al cinema con Morte di un matematico napoletano, di cui fu co-sceneggiatrice con Martone, e al teatro con Terremoto con madre e figlia, messo in scena dallo stesso regista nel 1993. È in quel passaggio che l’autrice comincia a frequentare il teatro con continuità, anche dopo l’incontro con i testi dello scrittore e drammaturgo austriaco Thomas Bernhard, decisivo non per imitazione ma per affinità di forma, contraddistinta dall’uso di una lingua autobiografica, diretta, capace di asprezza e di costruzione immaginifica.
Martone ricorda Fabrizia Ramondino, come un’autrice che si divertiva molto col mondo dei registi, degli attori, dei nuovi autori che veniva a scoprire. «Folgorante fu l’incontro con i testi di Thomas Bernhard, che la spinsero a tuffarsi nella scrittura teatrale – racconta –. Non per un processo imitativo ma perché vedeva come quella forma drammaturgica poteva corrispondere al suo bisogno di espressione autobiografica diretta, radicale, anche violenta nel caso, e al tempo stesso consentire l’elaborazione di una lingua immaginifica, colta e complessa, così come le si addiceva». La regia dello spettacolo è ridotta all’essenziale, e la stanza diventa un dispositivo acustico e mentale, dove la memoria prende corpo attraverso figure musicali. Il compositore attraversa la sua biografia tra oggetti che suonano e fantasmi che parlano.
Il copione proviene da un nucleo di dattiloscritti che Ramondino conservava in un faldone blu e che affidò a Martone. Esistono almeno due versioni del testo: una rimasta al regista, l’altra passata ad Arturo Cirillo e poi confluita tra le carte depositate alla Biblioteca Nazionale di Roma. Ippolita di Majo ha lavorato su entrambe, considerate rispettivamente versione A e versione B. «Il mio lavoro sul testo è consistito in un editing mirato alla rappresentazione scenica di un dramma che Ramondino non ha avuto modo di discutere con un regista o con un editore e che non è stato mai messo alla prova della scena», dice di Majo.
A trent’anni da Terremoto con madre e figlia, Martone riporta Ramondino al teatro con un’opera che insiste sulla solitudine contemporanea e sul rapporto tra biografia e forma. Un ritorno che riapre il discorso sulla sua posizione nella letteratura italiana del secondo Novecento e sull’assenza, ancora oggi, di un’edizione organica della sua opera.
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