L’indice 2026 sulla libertà di stampa curato da Reporter Senza Frontiere segna il punto più basso di sempre. Il peggioramento non riguarda solo i regimi autoritari o i paesi in guerra: attraversa anche democrazie consolidate, dove l’informazione viene compressa da pressioni politiche, norme più restrittive, cause giudiziarie intimidatorie, difficoltà economiche e attacchi diretti contro giornalisti e redazioni.
“Il punteggio medio dei 180 paesi non era mai stato così basso in 25 anni”, si legge sul sito di RSF, mentre la quota di popolazione mondiale che vive in paesi dove la situazione è considerata “buona” è scesa dal 20% del 2002 a meno dell’1%.
Il dato più netto riguarda l’indicatore legale, che ha registrato il peggioramento più significativo nell’ultimo anno. RSF segnala un ricorso crescente a norme sulla sicurezza nazionale, legislazioni antiterrorismo, leggi contro la “disinformazione” e altri strumenti giuridici usati per colpire o scoraggiare il lavoro giornalistico. È un fenomeno evidente nei regimi autoritari, ma non confinato a essi. L’organizzazione cita anche l’aumento delle SLAPP, le cause abusive usate per intimidire giornalisti e testate, e l’insufficienza dei meccanismi di protezione, considerati “insufficienti o inefficaci” in più dell’80% dei paesi analizzati.
In un quadro così negativo, l’Ucraina rappresenta una delle eccezioni più rilevanti. Nonostante l’invasione russa, la legge marziale, i rischi fisici per chi lavora sul campo e le tensioni interne al sistema mediatico, il paese sale di sette posizioni e raggiunge il 55° posto. È un piazzamento che la porta davanti agli Stati Uniti, scesi al 64° posto, e davanti a sei paesi dell’Unione europea: Italia, Malta, Bulgaria, Ungheria, Cipro e Grecia. L’Italia è al 56° posto, subito dietro l’Ucraina.
L’Ucraina resta comunque nella categoria “problematica”, non in quella “soddisfacente” o “buona”. Le autorità ucraine sono state criticate dall’Unione europea per non aver abolito la TV Marathon, nata nel 2022 dall’unificazione dei principali canali televisivi in un unico canale di guerra sotto guida statale. Bruxelles ha anche chiesto a Kyiv di intervenire sull’influenza degli interessi privati nei media, di garantire un mercato più competitivo e di rafforzare l’indipendenza della regolazione. Restano inoltre accuse di pressioni sui media d’opposizione e di indagini insufficienti sugli omicidi di giornalisti.
Tuttavia, il miglioramento in classifica, secondo RSF, è dovuto al lavoro dei giornalisti e degli operatori dell’informazione. Centrale è stato il lavoro investigativo delle redazioni per rafforzare la trasparenza nella vita politica del paese. Un elemento che rende il confronto con la Russia ancora più netto: Mosca è al 172° posto, tra i peggiori paesi al mondo per la libertà di stampa, e continua a usare leggi su terrorismo, separatismo ed estremismo per criminalizzare il lavoro dei reporter. Ad aprile 2026, la Russia deteneva 48 giornalisti in carcere.
Uno dei segnali di crisi più forti individuati nel rapporto è il crollo degli Stati Uniti. Il paese ha perso sette posizioni, scendendo al 64° posto. RSF lega il peggioramento agli attacchi sistematici di Donald Trump contro stampa e giornalisti, alla detenzione e deportazione del giornalista salvadoregno Mario Guevara, alle violenze della polizia, ai tagli drastici all’US Agency for Global Media e alle conseguenze globali su testate come Voice of America, Radio Free Europe/Radio Liberty e Radio Free Asia.
Le guerre restano uno dei principali fattori di distruzione dell’informazione. RSF indica Iraq, Sudan e Yemen tra i paesi in cui i conflitti ricorrenti pesano maggiormente sulla libertà di stampa. In Palestina, al 156° posto, l’offensiva israeliana su Gaza ha avuto conseguenze devastanti: dall’ottobre 2023 più di 220 giornalisti sono stati uccisi dall’esercito israeliano, almeno 70 mentre svolgevano il loro lavoro. Israele perde 4 posizioni rispetto al 2025, e figura al 116° posto. Medio Oriente e Nord Africa restano l’area più catastrofica per il giornalismo, mentre l’Europa orientale e l’Asia centrale continuano a essere tra le regioni più pericolose.
Solo sette paesi rientrano nella categoria “buona”. La Norvegia mantiene il primo posto per il decimo anno consecutivo; l’Eritrea resta ultima per il terzo anno di fila. La Siria registra invece il miglioramento più forte, salendo di 36 posizioni dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, pur restando in una situazione classificata come “molto grave”. Il peggior crollo è quello del Niger, sceso di 37 posizioni, dentro una più ampia crisi della libertà di informazione che attraversa la regione del Sahel.
Fonte:
www.valigiablu.it



