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Le figlie del suono. Ildegarda di Bingen e Patti Smith sono al Padiglione Vaticano alla Biennale  

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Ricordo la sagoma di Patti in controluce, in un caffè vicino a casa sua, lo scorso febbraio. I capelli fluttuavano nel vapore che saliva da una tazza bianca che teneva come un talismano. Ho esitato, incerto se interrompere quel momento. Che cosa cerca uno scrittore “in un caffè nelle prime ore del mattino, in una sala deserta di un hotel, o scarabocchiando su un taccuino nel banco di una cattedrale silenziosa”? È la domanda che Patti Smith si pone mentre si avvicina agli ottanta anni. Ed è la domanda che io silenziosamente le ponevo quella mattina in cui l’ho incontrata per colazione, che poi ha generato una conversazione pubblicata su Commonweal.  

La risposta mi è apparsa chiara solamente dopo, leggendo il suo nuovo libro di memorie, Bread of Angels — Pane degli Angeli. Ecco cosa cerca: “Un improvviso fascio di luce contenente la vibrazione di un momento particolare”. 

Robert Mapplethorpe, Patti Smith, 1986, Palazzo Reale, Milano, 2026. © Robert Mapplethorpe Foundation

Chi era Ildegarda di Bingen 

Da bambina, scrive, “spaccava le pietre cercando i loro cuori segreti”. Aprire la materia per scorgere la luce imprigionata dentro: questo è il gesto di una mistica selvaggia, una discendenza che condivide col poeta che ama di più, Arthur Rimbaud. Quando si legge questa espressione folgorante viene in mente un’altra donna, che otto secoli prima aveva fatto qualcosa di straordinariamente simile. Ildegarda di Bingen, badessa benedettina del XII Secolo, aveva concepito la musica come viva resonantia — risonanza vivente tra la vita umana e quella cosmica. Anche lei spaccava la superficie della realtà ordinaria per liberare qualcosa che stava sotto. Anche lei cantava per far vibrare ciò che era immobile. 

Per Ildegarda, prima della caduta, Adamo conosceva il canto degli angeli e possedeva una voce che risuonava come un monocordo accordato sull’armonia delle sfere. Dopo il peccato quella voce si è incrinata, ma non perduta: resta in noi come una traccia, un’eredità sonora che la musica può risvegliare. Siamo tutti figli e figlie del suono — di quella vibrazione originaria in cui creatura e Creatore risuonavano all’unisono. Ildegarda e Patti lo sanno: per questo cantano. 

Cricchi, Ildegarda di Bingen, Copyright
Angelo Cricchi, Ildegarda di Bingen, Copyright

Patti Smith e Antonio Spadaro 

Patti ha accettato di scrivere la prefazione al mio libro A passo d’uomo. Una storia di Gesù con i piedi per terra (Marsilio). Si tratta della rilettura dei Vangeli attraverso i piedi di Gesù, la sua fisicità, il camminare come atto teologico. L’ho chiesta a Patti perché lei, come Ildegarda, sa guardare l’Incarnazione come uno scandalo materiale. Nella sua prefazione, Patti ha meditato sull’Altare di Isenheim di Matthias Grünewald, quel Cristo dalla carne lacerata e i piedi contorti in una smorfia di dolore — “quasi un Urlo di Munch, ma con i piedi di Cristo”. Ildegarda avrebbe capito. Anche lei rifiutava ogni idealizzazione astratta del sacro. 

Il XII e il XX  Secolo sembrano lontanissimi, eppure c’è un filo rosso che li attraversa. Ildegarda era una figura composita: badessa, profetessa, musicista, erborista, linguista, consigliera politica. Fu interpellata da Federico Barbarossa, da san Bernardo, dai papi. Scrisse ottanta composizioni liturgiche, creò un dramma sacro musicale, inventò una lingua artificiale. Una donna scomoda. Una ribelle benedettina. 

La musica di Patti Smith 

Patti Smith è sé stessa e anche Bob Dylan più Lou Reed più Rimbaud più Ginsberg, senza pudore. Anche lei è una figura composita: cantautrice, poetessa, fotografa, performer, icona del punk e al tempo stesso pellegrina mistica. Anche lei è scomoda, irriducibile. E come Ildegarda, anche Patti ha sempre visto nella musica qualcosa di più dell’estetica: una pratica di guarigione, un modo di abitare il sacro. 

“Il corpo è l’indumento dell’anima, che ha una voce viva“, scriveva Ildegarda. “E dunque è giusto che il corpo con l’anima attraverso la voce canti le lodi di Dio”. Lei fa della carne uno strumento di risonanza. Ildegarda insisteva che l’anima è sinfonica. E quando le autorità ecclesiastiche imposero il silenzio al suo monastero, lei reagì con durezza: “Coloro che impongono il silenzio nei canti di lode a Dio saranno privati della comunione delle lodi angeliche nei cieli”. 

Patti avrebbe applaudito. Per lei la musica non è mai stata intrattenimento: è invocazione, preghiera fisica. Nel camerino del suo concerto romano del settembre 2025, le portai in dono insieme a Arnoldo Mosca Mondadori e al liutaio Enzo Romano una chitarra elettrica costruita dai detenuti del carcere di Secondigliano con i legni delle barche dei migranti. Lei la prese come una reliquia. Capiva: che la materia porta sempre una storia, che ogni oggetto può diventare sacramentale. 

Patti non ricostruisce la sua vita: la resuscita. Tutto — il pianoforte perduto della nonna, il divano verde trasformato in un’arca familiare, i rifiuti recuperati dai bidoni — diventa mistero. “Una goccia d’acqua che esplode come un’equazione“, scrive. La realtà è abitata da presenze. Lei arriva a percepire che “Dio sussurra attraverso una piega della carta da parati”. 

Ildegard di Bingen e Patti Smith al Padiglione Vaticano

Ildegarda faceva qualcosa di simile. Le sue visioni mistiche erano immersioni più profonde dentro la realtà. Quando descrive lo Spirito Santo come radice in omni creatura non sta parlando per metafore: sta dicendo che ogni elemento della natura porta l’impronta del divino, che la materia vibra di una presenza nascosta. Ecco perché per lei non esisteva musica “sacra” in senso angusto, come se il sacro fosse un recinto separato dal resto dell’esperienza. Ogni suono, per Ildegarda, partecipava della vibrazione primordiale che tiene insieme il cosmo. Le sequenze e gli inni della sua Symphonia armonie celestium revelationum non descrivono la trascendenza: la rendono udibile, la incarnano nella voce. È un’intuizione che anticipa qualcosa che la fisica moderna ha riscoperto per altre vie: che la materia stessa è vibrazione, che il suono non è un accidente ma una struttura fondamentale del reale. Per Ildegarda la musica era l’eco della gloria celeste, il respiro di Dio che attraversa e riempie tutta la creazione. 

Bread of Angels è un atto di resistenza contro una cultura della dimenticanza. Sua madre, centro gravitazionale del libro, è una Madonna proletaria. È lei a dare a Patti Silver Pennies, una sottile antologia di poesie che diventa la sua scrittura.  “Mia madre”, ricorda Patti, “annotò nel mio diario del bambino che ero incline alle falsità”. Ma non sono bugie: sono la nascita della poesia, la scoperta che il linguaggio genera realtà. 

Ildegarda avrebbe capito perfettamente. Anche lei creava realtà alternative: inventò una lingua che nessuno aveva mai parlato, compose musiche che nessuno aveva mai sentito. Entrambe hanno preso sul serio il Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo“. La parola crea. Il suono inaugura mondi. 

“Il mio prossimo libro è la storia della mia vocazione di artista“, mi disse Patti, riferendosi a Bread of Angels. “A volte mi chiedo se abbia senso, mentre le persone soffrono, stare seduta otto ore al giorno a scrivere. Ma questa è ora la mia responsabilità: la poesia”. È una carica profetica. Il libro pulsa di consapevolezza politica, eppure non perde mai di vista il fatto che le sue preghiere d’infanzia erano abbastanza potenti da “interrompere l’ecosistema del destino”. 

Ildegarda conosceva questa tensione. Era una donna di clausura che viaggiava e predicava. Scriveva trattati teologici e sfidava l’imperatore. Componeva inni e curava i malati. Il corpo che prega è lo stesso corpo che lavora, che soffre, che guarisce. Panis angelicus — il pane eucaristico di Tommaso d’Aquino — aleggia sullo sfondo del libro di Patti. Ma la sua scrittura non evapora mai. È fisica, pulsante: «La penna gratta sulla pagina gobba ribelle gobba ribelle». Il suo linguaggio si muove come una partitura musicale, piena di ripetizioni e risonanze. Ildegarda scriveva esattamente così. Il suo latino è strano, quasi infantile, eppure carico di densità visionaria. 

Il legame tra le due figure 

Cosa lega davvero Patti Smith e Ildegarda di Bingen, al di là delle somiglianze biografiche e delle risonanze tematiche? Credo sia questo: entrambe hanno rifiutato la separazione tra materia e spirito, tra corpo e anima, tra arte e preghiera. Entrambe sono mistiche selvagge — non addomesticate, non inquadrabili, pericolose per ogni ortodossia che pretenda di ridurre la fede a dottrina o l’arte a mestiere. Alla Biennale di Venezia 2026 il padiglione della Santa Sede, intitolato “L’orecchio è l’occhio dell’anima” e dedicato proprio a Ildegarda, vede Patti Smith tra i ventiquattro artisti invitati a comporre nuove opere sonore in dialogo con i canti e le visioni della badessa renana: la preghiera sonora di un giardino mistico veneziano in cui otto secoli sono un unico respiro. 

Ildegarda e Patti non sono semplicemente simili: sono le figlie del suono — quel suono originario che precede la parola, che abita il corpo prima della mente, e che quando lo ascolti davvero ti riporta al punto in cui materia e spirito non si erano ancora separati. 

Antonio Spadaro 

Venezia//fino al 22 novembre 2026 PADIGLIONE SANTA SEDE – 61. Biennale Arte di Venezia Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi Cannaregio 54, Venezia 

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Fonte:

www.artribune.com

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