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Solo i film-evento tengono in vita il cinema?

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C’è una persona che è il mio termometro sul cinema. Su quello che interessa davvero alla gente. Su quello che arriva, come direbbero a X Factor. La vedo, questa persona, tutte le settimane. Sa che mi occupo di cinema. Nell’ultimo anno, mi ha chiesto un parere solo su tre film: Checco Zalone, Avatar, Michael. Punto. Null’altro, su dieci nuove uscite ogni settimana (e rispetto a certi weekend vado decisamente per difetto), ha superato la barriera del “so che esiste/chiedo com’è/forse andrò a vederlo”. (Posso stabilire con una qual certezza che di questi film ne avrà visto, alla fine, solo uno).

A guardare gli incassi, i tre titoli citati sono anche quelli che sono stati (o saranno) più rilevanti al botteghino in questa stagione, insieme a un altro appena uscito. Dunque il mio termometro umano è piuttosto infallibile. Buen Camino ha incassato 76 (SETTANTASEI) milioni di euro. Il terzo Avatar quasi 24. Michael, nel momento in cui scrivo, è uscito da una settimana e ne ha già fatti quasi 10 solo in Italia, superando (da noi e non solo) la curva di partenza di Bohemian Rhapsody: potrebbe facilmente diventare il biopic musicale più visto di sempre.

Lascio fuori i film cosiddetti family (vedi il nuovo Super Mario, con ottimi incassi pure da noi anche se sotto il primo) perché rivolti a un pubblico largo ma appunto settoriale (e difatti il mio termometro non ha figli). Metto dentro, anche se è appena arrivato nelle sale, Il diavolo veste Prada 2, partito monumentalmente (5 milioni in due giorni: più di Barbie, per dire) e riuscito da subito, o così pare, a parlare a un pubblico più ampio dei soli cultori del precedente. (Certo, c’entra anche una campagna marketing altrettanto monumentale, ma sono passati vent’anni e un blockbuster con protagonista una donna over 70 è ancora un dato piuttosto eccezionale).

Buen Camino, Avatar, Michael. Una commedia classica (e, in questo caso, anche molto family), un blockbuster sci-fi, il biopic della più grande popstar di sempre. A loro modo, tre proprietà intellettuali, come si dice oggi in gergo, che parlano, anche nostalgicamente, a quello che il pubblico si aspetta dal cinema.

C’è poi l’eventizzazione, parola orribile per dire che, nell’epoca in cui nessuno può più sparire per più di tre minuti da nessun radar, forse davvero soltanto chi sa far attendere vince. La Marvel ha dimostrato che, pur a fronte di successi clamorosi, far uscire le sue produzioni in franchise una dopo l’altra (sequel, spin-off, reboot, ogni sorta di operazione che sembrava “sicura”) non è sempre stata una mossa vincente. Complici la pandemia e l’esplosione dello streaming, si è creduto per un attimo che la serializzazione (altra parola orribile) anche del cinema sarebbe stata la carta per salvare le sale. Abbiamo capito che non è così, non sempre almeno.

Torno ai tre esempi del box office italiano recente (e, in due casi, globale). Al di là dei numeri fuori scala che ancora oggi anche gli analisti più raffinati fanno fatica a spiegare, Checco Zalone fa un film ogni tot anni, non dà interviste, usa i social solo per promuovere l’uscita di turno, fa qualche serata a teatro ma per il resto scompare. James Cameron, vista anche la complessità tecnologica dei suoi progetti, ci ha abituati ad attese lunghissime, anzi forse l’intervallo più breve tra Avatar 2 e 3 (solo tre anni: sono stati girati in contemporanea) ha reso meno pirotecnici i pur enormi incassi dell’ultimo (quasi 1,5 miliardi di dollari in totale). Michael è stato annunciato quattro anni fa, lasciando a una delle fanbase musicali più numerose (e agguerrite: vedi come rispondono a chi dice che il film è troppo morbido riguardo al lato oscuro di MJ) tutto il tempo di attendere l’arrivo nelle sale.

Lo stesso Diavolo veste Prada 2 arriva a vent’anni esatti dall’originale. La notizia è che non solo sono stati coinvolti, prima ancora che gli stessi attori, anche lo stesso regista e la stessa sceneggiatrice, ma che sono tutti vivi, non solo artisticamente parlando. È stato solo questo intervallo di due decenni a creare curiosità attorno a un cult per molti intoccabile (e che invece, un po’ a sorpresa, offre un numero 2 piuttosto buono)? No, ma certo è parte della mobilitazione collettiva pre-uscita.

Succede anche nella musica, il territorio dove il “non bisogna sparire mai” ha creato i danni (e i mostri) più evidenti. Il ritorno di Madonna – l’artista meno nostalgica di sempre che però ha deciso di tornare al suo cult Confessions on a Dance Floor, uscito, guarda un po’, vent’anni fa – sette anni dopo l’ultimo, non fortunatissimo album (il sottovalutato Madame X) è accolto da un grande hype anche per questo. Ma questa è un’altra storia, e soprattutto oggi non voglio litigare con chi ha, come sempre, qualcosa da ridire su Ciccone.

Sono cicli (e spesso ricicli) della storia, soprattutto quella del cinema. Dopo esserci convinti che solo nelle serie avremmo trovato le grandi storie, i grandi copioni, le grandi star, relegando al cinema solo la nicchia d’auteur che però non creava immaginario popolare, oggi metterci davanti al televisore a vedere l’ennesima grande storia con un grande copione e grandi star ci sembra il gesto più automatico – dunque meno interessante – del mondo. Andare al cinema a guardare qualcosa di cui tutti – per curiosità, per nostalgia, perché per qualche settimana se ne parlerà – è tornato improvvisamente, e un po’ teneramente, rilevante. Pensa te se per farlo ci volevano Michael Jackson e Miranda Priestly, come se fossimo ancora nel tempo in cui il cinema, un giovinetto di cent’anni, sembrava dovesse vivere per sempre.


Fonte:

www.rollingstone.it

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