Stanford, California. Elsa Johnson è diventata, suo malgrado, il volto di un dibattito che gli Stati Uniti conducono da anni e che solo ora, anche grazie a lei, è arrivato nelle aule del Congresso.
Studentessa di East Asian Studies a Stanford, 21 anni, parla mandarino da quando ne aveva 5: lo ha imparato in una scuola di Minneapolis dove le lezioni si tenevano in cinese. Amava la cultura di quel Paese. Oggi, invece, è fisicamente sorvegliata nel campus da agenti legati al Partito comunista cinese e teme per la sicurezza della propria famiglia. Lo ha dichiarato, sotto giuramento, nel corso di un’audizione la scorsa settimana davanti alla commissione Educazione della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.
Tutto è cominciato nel giugno 2024, quando un uomo che si faceva chiamare Charles Chen le ha scritto su Instagram spacciandosi per studente di Stanford. Le ha chiesto se parlasse mandarino – un’informazione che non compariva da nessuna parte sul suo profilo – e ha ottenuto risposta. Johnson ha raccontato la vicenda al Times lo scorso agosto: nelle settimane successive Chen ha cercato di costruire un rapporto, offrendosi di pagarle un viaggio in Cina, inviandole un itinerario aereo da Los Angeles a Shanghai e persino lo screenshot di una transazione bancaria per dimostrare di poterselo permettere. Ha insistito perché la conversazione si spostasse su WeChat, piattaforma cinese sottoposta a controllo statale. Poi, a luglio, ha compiuto un passo ulteriore: ha commentato pubblicamente un suo post su Instagram, in mandarino, chiedendole di cancellare gli screenshot delle loro conversazioni private. Johnson non aveva detto a nessuno di averli fatti. L’unica spiegazione plausibile era che il suo telefono o il suo account fossero stati compromessi.
A quel punto ha contattato due esperti di Cina a Stanford, che l’hanno messa in collegamento con un referente del Federal Bureau of Investigation. A settembre ha consegnato tutto il materiale. Le indagini hanno stabilito che Chen non aveva alcuna affiliazione con l’ateneo: da anni si fingeva studente, utilizzando profili social costruiti ad arte per colpire giovani donne impegnate su temi legati alla Cina. Almeno dieci le vittime identificate dal 2020 in poi. La conclusione degli investigatori è netta: Chen era quasi certamente un operativo del ministero per la Sicurezza dello Stato cinese, ovvero l’intelligence cinese.
Nell’inchiesta pubblicata nel maggio 2025 sullo Stanford Review, insieme al collega Garret Molloy, Johnson aveva ricostruito la strategia strutturale dietro il suo caso. Il ministero per la Sicurezza dello Stato cinese opera secondo una logica di raccolta non convenzionale: utilizza civili privi di legami formali con i servizi per acquisire, in modo discreto, conoscenze strategiche americane – metodologie di ricerca, pratiche di laboratorio, reti di contatto – senza ricorrere al furto di documenti classificati. Fonti anonime tra docenti e ricercatori confermano che una quota degli oltre 1.100 studenti cinesi presenti nell’ateneo riferisce attivamente al Partito comunista, in virtù della Legge sull’intelligence nazionale del 2017, il cui articolo 7 obbliga ogni cittadino cinese, ovunque si trovi, a collaborare con le attività di intelligence dello Stato.
Alla testimonianza della scorsa settimana, Johnson non si è presentata più soltanto come vittima, ma come interlocutrice del Congresso. Ha riferito che il Bureau l’aveva informata di essere fisicamente monitorata nel campus. Ha descritto telefonate intimidatorie ancora in corso, provenienti da numeri americani, con interlocutori che improvvisamente passano al mandarino. L’ultima, pochi giorni prima dell’audizione: il chiamante le chiedeva se avesse finito di cenare. Ha denunciato anche l’inerzia di Stanford: a un anno dall’inchiesta, non esistono canali di segnalazione dedicati, né uffici competenti, né programmi di formazione sistematica. La ragione, suggerisce, è anche economica: le università americane incassano ogni anno circa 12 miliardi di dollari dagli studenti cinesi. «Stanford ha deciso che questo non richiede una risposta», ha detto.
Il contesto è quello tracciato dal bollettino del National Counterintelligence and Security Center, pubblicato lo scorso agosto, che definisce la Cina «la minaccia di spionaggio più ampia, attiva e persistente per gli Stati Uniti» e ne elenca i principali strumenti: programmi di reclutamento di talenti, collaborazioni di ricerca non dichiarate, tecniche di elicitation, minacce interne e intrusioni informatiche. Il caso di Charles Lieber, già presidente del dipartimento di Chimica di Harvard, condannato per aver mentito sui suoi legami con il Thousand Talents Program e poi nominato, nell’aprile 2025, chair professor alla Tsinghua University, dimostra che il problema non riguarda soltanto gli studenti.
La sicurezza della ricerca è ormai una priorità esplicita sia per il Congresso sia per l’esecutivo. Il Deterrent Act, che dovrebbe abbassare la soglia di dichiarazione obbligatoria dei fondi stranieri da 250.000 a 50.000 dollari e azzerarla per i Paesi considerati avversari, è stato approvato alla Camera nel marzo 2025 con un ampio sostegno bipartisan; la palla è ora al Senato.
Ma la questione ha anche una dimensione internazionale: il tema si è imposto come agenda multilaterale dall’inizio del decennio, spinto dal riposizionamento della competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina come questione di sicurezza nazionale, accelerato dalla pandemia Covid-19. I Paesi del G7 si sono progressivamente dotati di strumenti comuni: dal Research Compact adottato nel summit in Cornovaglia nel 2021, ai principi condivisi sotto la presidenza tedesca nel 2022, fino alle linee guida operative definite con la guida giapponese nel 2023.
Non si tratta, infatti, più soltanto di un dossier americano. Anche in Europa l’allarme è ormai esplicito: recentemente, nel Regno Unito, l’intelligence ha avvertito partiti politici e università del rischio crescente di ingerenze straniere sistematiche, capaci di sfruttare proprio le vulnerabilità del mondo accademico, ovvero apertura, collaborazione internazionale, dipendenza da fondi esterni. Il punto, ormai, non è più se il fenomeno esista – anche in Italia, dove il piano del governo per la sicurezza della ricerca, varato a novembre 2024, è su base volontaria e con auto-valutazione. Ma quanto a lungo si possa permettere che resti senza una risposta strutturata.
È qui che la storia di Johnson cambia natura. Non è più soltanto il racconto di un caso individuale, né un incidente isolato. È la dimostrazione concreta di una zona grigia – tra accademia, sicurezza nazionale e competizione tecnologica – che le democrazie occidentali hanno a lungo preferito ignorare. E che ora, sempre più chiaramente, non possono più permettersi di farlo.
Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.
Fonte:
www.linkiesta.it



