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Mentre Trump resta impantanato in Iran, Xi Jinping riorganizza il sistema politico e militare

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L’impantanamento di Donald Trump nella guerra con Iran sta offrendo a Xi Jinping una finestra di opportunità che a Pechino, fino a pochi mesi fa, difficilmente avrebbero considerato così favorevole. Perché arriva nel momento esatto in cui il regime cinese sta attraversando una fase interna delicata dopo l’epurazione dei vertici militari promossa da Xi Jinping. L’uscita di scena di Zhang Youxia, vicepresidente della Commissione militare centrale e uomo di fiducia dello stesso Xi, e He Weidong, altro ufficiale di primo piano, ha indebolito l’esercito cinese. Secondo il Center for Strategic and International Studies, 37 dei 44 ufficiali entrati nel Comitato centrale cinese nel 2022 non sono più pienamente operativi: sono stati rimossi, messi sotto indagine o sono scomparsi dalla scena pubblica. 

Grazie all’errore strategico di Trump, in queste settimane (o forse mesi), Xi Jinping avrà tutto il tempo di ricostruire una catena di comando che risponda in modo più diretto e senza ambiguità per realizzare il sogno della sua presidenza: la conquista di Taiwan. L’isola di fronte alle coste della provincia cinese del Fujian è leggermente meno protetta di quanto fosse solo poche settimane fa, visto che gli Stati Uniti hanno dislocato due compomenti importanti della loro difesa militare dalla cintura di Paesi asiatici che negli anni ha contribuito a contenere la proiezione militare cinese nel Pacifico occidentale. La USS Tripoli, una delle principali navi d’assalto anfibio, è partita dalla base di Yokosuka in Giappone verso lo Stretto di Hormuz, mentre dalla dalla base americana di Seongju, in Corea del Sud, sono state trasferite sei piattaforme di lancio del sistema antimissile THAAD. 

Sono movimenti limitati, certamente, ma un segnale da non sottovalutare perché Washington non può operare ovunque con la stessa intensità. Questa riduzione relativa della presenza non spingerà Pechino a forzare i tempi su Taiwan, ma permetterà di aumentare la pressione in modo graduale, senza bisogno di escalation. 

Il rinvio del vertice con Donald Trump, ora previsto non prima di metà maggio, offre a Xi Jinping anche un certo un margine politico prezioso per concentrarsi su un’altra priorità: rimettere in ordine una macchina statale che negli ultimi due anni è stata sottoposta a una pressione continua, tra indagini disciplinari, rimozioni mirate e rotazioni forzate dei quadri dirigenziali. 

In preparazione del 21° Congresso del Partito comunista cinese nel 2027, verranno riassegnati incarichi a tutti i livelli: dai villaggi alle province, fino ai ministeri centrali. Sarà uno dei più grandi cicli di rotazione del personale politico al mondo. Non si tratta di epurazioni spettacolari come quelle nell’esercito, ma di un lavoro più capillare. Il Dipartimento organizzativo del Partito, ovvero il centro che gestisce nomine, carriere e promozioni, ha avviato una campagna nazionale per ridefinire i criteri di valutazione dei funzionari, introducendo il concetto di «visione corretta della performance politica». È una formula degna della neolingua orwelliana, volutamente ampia, ma con un significato operativo intuibile: conta meno quanto crescono PIL, investimenti o entrate locali, e conta di più quanto le decisioni di un funzionario riflettono le priorità politiche fissate da Xi.

Le purghe degli ultimi anni hanno però ridotto il numero di quadri con esperienza e senza macchie disciplinari, rendendo più complessa la selezione. Allo stesso tempo, l’età media del Politburo è salita a circa 66 anni, il livello più alto degli ultimi decenni, e non emergono figure giovani chiaramente destinate a salire ai vertici.

Chi rimane, si adegua. E questo cambiamento di mentalità lo si nota nei risultati economici degli ultimi anni. La Cina continua a fissare obiettivi di crescita relativamente ambiziosi, ma tende a centrarli con precisione senza superarli, cosa che invece in passato accadeva regolarmente. Il motivo è semplice: i funzionari locali hanno smesso di competere tra loro sulla crescita, perché superare il target può essere interpretato come un segnale di eccessiva autonomia o di cattiva interpretazione delle priorità politiche.

La sciagurata guerra in Iran di Trump ha rafforzato anche la posizione della Cina nelle filiere globali. Le aziende cinesi controllano oltre il 70 per cento della capacità produttiva mondiale in tecnologie legate alla transizione energetica. Negli ultimi giorni, i principali produttori di batterie hanno guadagnato oltre 70 miliardi di dollari di capitalizzazione. 

Come ha ricordato saggiamente Agathe Demarais, senior policy fellow dello European Council on Foreign Relations, bisogna sempre ricordare la posizione dominante della Cina nelle filiere dei materiali strategici. Pechino non si limita a estrarre terre rare: ne controlla soprattutto la raffinazione, cioè il passaggio industriale più complesso e difficile da sostituire, da cui dipendono sistemi d’arma, elettronica avanzata e tecnologie verdi. Questa posizione crea una leva concreta nei confronti degli Stati Uniti. Alcune stime indicano che le scorte americane di materiali critici, utilizzati per missili e sistemi aeronautici, coprono solo pochi mesi di produzione. La Cina ha già dimostrato di poter intervenire su queste forniture durante le tensioni commerciali degli ultimi anni

Nel 2025 circa metà del petrolio importato da Pechino proveniva dal Medio Oriente, una dipendenza significativa sulla carta. Ma questo dato, da solo, è fuorviante. Negli ultimi dieci anni la Cina ha costruito una delle più grandi capacità di stoccaggio strategico al mondo, con riserve stimate intorno a 1,3 miliardi di barili, sufficienti a coprire diversi mesi di consumo anche in caso di shock prolungati. Questo consente di assorbire interruzioni temporanee senza effetti immediati sull’economia reale.

Pechino ha lavorato per ridurre la dipendenza dalle rotte marittime più vulnerabili, sviluppando forniture via terra. Una quota sempre più crescente del gas arriva attraverso gli oleodotti dalla Russia e dal Turkmenistan, con contratti di lungo periodo che garantiscono flussi stabili e meno esposti a crisi geopolitiche. Il cambiamento più importante, però, riguarda la struttura stessa dei consumi. L’elettricità oggi copre circa il 30 per cento del fabbisogno energetico cinese, una quota sensibilmente più alta rispetto a Stati Uniti ed Europa. Questo è il risultato di investimenti massicci in rinnovabili, nucleare e anche carbone domestico.


Fonte:

www.linkiesta.it

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