HomeOpinionNei campus del Texas c’è la frontiera della competizione tecnologica con la...

Nei campus del Texas c’è la frontiera della competizione tecnologica con la Cina

Date:

Articoli correlati

Mentre Trump resta impantanato in Iran, Xi Jinping riorganizza il sistema politico e militare

L’impantanamento di Donald Trump nella guerra con Iran sta...

La guerra con l’Iran dimostra che il dominio aereo americano si regge su nodi fragili

Il probabile danneggiamento grave di un E-3 Sentry presso...

La nuova geografia del potere, e la fine del dominio occidentale

Il ventunesimo secolo sta assumendo un aspetto ben diverso...

Due caccia americani abbattuti in Iran, uno dei piloti è disperso

Lo scenario deve essere stato vagamente simile  a qualcosa...

Alva Noto e Fennesz portano in Italia “Continuum”, un tributo che guarda al futuro

Due protagonisti della musica elettronica contemporanea tornano in Italia...
Pubblicitàspot_imgspot_img

Houston, Texas. La sera del 21 luglio 2020, i vigili del fuoco di Houston hanno ricevuto segnalazioni di fumo dal cortile interno del consolato generale della Repubblica popolare cinese, al 3417 di Montrose Boulevard. Quando le squadre sono arrivate, hanno trovato le porte sbarrate: il personale consolare aveva bruciato documenti in bidoni nel piazzale e impediva l’accesso ai soccorritori, privi di giurisdizione sull’edificio. Il giorno prima, l’amministrazione Trump aveva ordinato la chiusura del consolato entro 72 ore, accusandolo di essere un centro di spionaggio e furto di proprietà intellettuale. Due giorni dopo, un fabbro federale ha aperto le porte con una troncatrice.

Non era solo un episodio diplomatico. Era la prova visibile di qualcosa che il controspionaggio americano inseguiva da anni nei laboratori universitari, negli ospedali di ricerca e nelle piattaforme petrolifere del Texas: una campagna sistematica di acquisizione tecnologica condotta non da spie con copertura diplomatica, ma da ricercatori, dottorandi, visiting scholar, cioè attori formalmente legittimi, inseriti nelle strutture accademiche americane. I cosiddetti collettori non tradizionali (non-traditional collectors). All’epoca, i funzionari statunitensi avevano precisato che il consolato era implicato direttamente in indagini su frodi presso istituzioni di ricerca texane e che i diplomatici cinesi erano in comunicazione attiva con ricercatori locali, guidandoli su quali informazioni raccogliere. Non copertura passiva, dunque, ma direzione operativa. Un rapporto del Center for Security and Emerging Technology aveva già documentato che tra il gennaio 2015 e il luglio 2020 il consolato di Houston aveva identificato più progetti scientifici e tecnologici di qualsiasi altra missione diplomatica cinese nel mondo.

La chiusura del consolato è la data spartiacque. Prima: infiltrazioni di funzionari cinesi, con l’ombrello consolare a fare da interfaccia tra Pechino e la rete di contatti nei campus. Dopo: spostamento verso forme di raccolta prive di quella protezione, tra cui ricercatori, collaborazioni di ricerca, reti diasporiche nei campus. Il problema non è scomparso. Si è adattato.

Il Texas era ed è una superficie d’attacco privilegiata per ragioni che hanno poco a che fare con la retorica e molto con la geografia della conoscenza americana. Houston è il cuore dell’industria energetica globale e un polo biomedico di primo rango. Austin ospita una delle università di ricerca più finanziate degli Stati Uniti. College Station ha uno dei sistemi universitari con i legami più intesi con la difesa nazionale. È qui che si concentrano i finanziamenti federali, la ricerca a doppio uso, i talenti internazionali.

Il meccanismo dei collettori non tradizionali funziona sull’ambiguità strutturale della scienza aperta. Un dottorando che collabora con ricercatori di Shanghai non è, di per sé, una spia. Un ricercatore ospite che accede ai database di un laboratorio oncologico non sta, formalmente, commettendo un reato. Il confine tra ricerca fondamentale e applicazione a uso duale è spesso identificabile solo ex post. Ed è questa zona grigia che Pechino ha imparato a sfruttare: attraverso il piano di reclutamento dei talenti all’estero (come il Thousand Talents Plan, smantellato come marchio dopo le indagini del Federal Bureau of Investigation ma mai davvero interrotto come pratica) e attraverso reti di università classificate ad alto rischio che continuano a comparire come co-autrici di ricerche finanziate con fondi americani.

Il caso dell’MD Anderson Cancer Center di Houston è emblematico. Un’analisi di IPTalons ha documentato che più di 70 entità straniere, in larga parte università cinesi legate a progetti di fusione civile-militare, avevano preso di mira ricercatori del centro, con 287 pubblicazioni co-firmate con organizzazioni ad alto rischio. Yunhai Li, ricercatore post-doc arrivato nel 2022 con un visto da scholar, è stato intercettato il 9 luglio 2025 al George Bush Intercontinental Airport mentre tentava di imbarcarsi per la Cina con i dati di una ricerca su un vaccino contro le metastasi del cancro al seno. Aveva cancellato i file dai dispositivi aziendali quando MD Anderson aveva scoperto i download. Ma aveva conservato un backup su Baidu SkyDisk, un servizio cloud cinese. Arrestato ad agosto, ha patteggiato a marzo ed è stato condannato a 364 giorni di carcere. I documenti mostrano che durante la sua permanenza al centro non aveva dichiarato di mantenere un impiego e ricevere finanziamenti da istituzioni cinesi.

Il caso dell’Università del Texas ad Austin tocca implicazioni più dirette sul piano strategico. Un comitato parlamentare ha identificato una ricerca dell’anno scorso, finanziata dalla Marina degli Stati Uniti, in cui ricercatori di Austin avevano collaborato con colleghi della Shanghai Jiao Tong University e della Beihang University. La Beihang fa parte dei cosiddetti Sette figli della difesa nazionale, le università strettamente integrate con l’apparato militare cinese, ed è nella lista delle entità soggette a controllo delle esportazioni dal 2001. Il paper studiava l’ottimizzazione delle decisioni sequenziali: una formulazione accademica con evidenti applicazioni nei sistemi d’arma autonomi. Il mese scorso, John Moolenaar, presidente del Select Committee on China della Camera, ha chiesto alla National Science Foundation di sospendere 17 milioni di dollari di finanziamenti a Texas A&M per collaborazioni analoghe su chimica quantistica, esplicabilità dei sistemi di intelligenza artificiale e imaging iperspettrale.

La risposta istituzionale texana è, paradossalmente, più avanzata di quella di molti Stati tradizionalmente considerati più sofisticati. Texas A&M ha istituito il proprio Research Security Office nel 2016, anni prima che le normative federali rendessero obbligatori uffici analoghi. Oggi co-gestisce, insieme all’Università di Washington, il SECURE Center – il nodo nazionale istituito dal Chips Act del 2022, finanziato con 77 milioni dalla National Science Foundation. La Rice University di Houston nel luglio 2023 ha nominato come responsabile della sicurezza della ricerca Tam Dao, ex supervisory special agent del Federal Bureau of Investigation nell’Houston Counterintelligence Task Force, la stessa che aveva lavorato sul dossier del consolato di Montrose Boulevard.

Nel 2025, il legislativo texano ha approvato l’House Bill 127, che istituisce il Texas Higher Education Research Security Council, vieta le donazioni non verificate da Paesi avversari e inasprisce le pene per il furto di segreti industriali a vantaggio di potenze straniere. A livello federale, il Safe Research Act – approvato dalla Camera come emendamento al National Defense Authorization Act per il 2026 – vieterebbe i fondi federali ai ricercatori affiliati a entità ostili e imporrebbe la disclosure di collaborazioni e finanziamenti verso paesi avversari negli ultimi cinque anni.

Non mancano le critiche. Una parte del corpo docente percepisce qualunque struttura di controllo come incompatibile con il modello di scienza aperta, e le associazioni universitarie hanno avvertito che le definizioni del Safe Research Act sono così ampie da imporre in pratica la rottura con larghi segmenti della comunità scientifica internazionale. Chi gestisce gli uffici di sicurezza negli atenei texani respinge l’equivalenza: quegli uffici conducono valutazioni e formulano raccomandazioni, senza poteri coercitivi. Il punto, per chi li difende, è più semplice: i soldi dei contribuenti americani non dovrebbero finanziare la ricerca di Stati ostili.

La tensione, però, è strutturale. Le democrazie liberali hanno costruito il proprio vantaggio tecnologico su un modello di scienza aperta, replicabile, pubblicata – accessibile per definizione a chiunque. La Cina ha adottato come politica di Stato la fusione civile-militare, che sistematicamente trasforma la ricerca fondamentale in applicazione strategica. L’asimmetria non è contingente: è il prodotto di due sistemi con logiche opposte che competono sullo stesso terreno. Un ricercatore cinese in un laboratorio americano opera in uno spazio regolato da norme pensate per la collaborazione. Un ricercatore americano in Cina opera in uno spazio dove la collaborazione è già, per legge, subordinata agli interessi dello Stato.

Intanto, alla chiusura del consolato di Houston è seguita quella di tutti gli Istituti Confucio nelle università americane. Per ora non si sono ripresentati in forme alternative, lo confermano alcuni esperti interpellati. Ma l’attenzione verso le associazioni degli studenti cinesi nei campus rimane alta, in quanto strutture che possono svolgere funzioni di monitoraggio e pressione sulla diaspora. Il Texas non è ancora il centro storico della sicurezza della ricerca americana: quel ruolo spetta all’ecosistema Washington-Boston. Ma è diventato il laboratorio dove il modello si sperimenta, e i casi documentati nei suoi campus sono, al momento, tra le prove empiriche più solide di come funziona davvero la caccia.


Fonte:

www.linkiesta.it

Ultimi Articoli

Pubblicitàspot_img