Il termine microbioma indica l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro intestino. Negli ultimi anni è diventato centrale nella ricerca scientifica perché il suo funzionamento è collegato a diversi aspetti della salute, non solo digestivi.
Uno dei meccanismi più studiati riguarda la produzione di acidi grassi a catena corta, molecole generate dalla fermentazione delle fibre alimentari. Questi composti contribuiscono alla regolazione dell’infiammazione e del sistema immunitario. Questo dato chiarisce un punto: le fibre non agiscono direttamente sull’organismo, ma attraverso i batteri intestinali che le trasformano.
La composizione del microbioma varia in base a ciò che mangiamo. Le evidenze mostrano che una dieta ricca di alimenti vegetali e fibre aumenta la diversità microbica, considerata un indicatore associato a una migliore salute metabolica. Una revisione pubblicata su Nutrients evidenzia che l’assunzione di fibre è associata a una maggiore produzione di acidi grassi a catena corta e a un miglior controllo del metabolismo.
Un altro elemento rilevante riguarda i cibi fermentati, come yogurt o kefir. Uno studio pubblicato su Cell ha mostrato che una dieta ricca di alimenti fermentati può aumentare la diversità del microbioma e ridurre alcuni marcatori infiammatori.
Diversi studi indicano che un’alimentazione ricca di prodotti ultra-processati è associata a una riduzione della diversità microbica e a effetti negativi sul metabolismo. Questi alimenti tendono a essere poveri di fibre e ricchi di zuccheri, grassi raffinati e additivi, elementi che non favoriscono un microbioma equilibrato.
Il microbioma è coinvolto anche in altri processi fisiologici. Le ricerche mostrano connessioni con la regolazione del sistema immunitario, il metabolismo energetico e la segnalazione tra intestino e cervello. Questo spiega perché venga studiato anche in relazione a patologie croniche come obesità e diabete.
Le indicazioni che emergono dalla ricerca sono coerenti tra loro: aumentare il consumo di fibre (verdure, legumi, cereali integrali), includere alimenti fermentati, diversificare gli alimenti vegetali, ridurre i prodotti ultra-processati sono tutte attività che ci aiutano in questo senso.
Non si tratta di una dieta specifica, ma di un modello alimentare complessivo, così come ha spiegato al Washington Post il gastroenterologo Chris Damman. Occuparsi del microbioma significa quindi considerare il cibo non solo per il suo valore nutrizionale diretto, ma per l’effetto che ha su un sistema biologico complesso che contribuisce al funzionamento dell’organismo.
Fonte:
www.linkiesta.it



