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Risolto dopo 150 anni l’ultimo mistero della nave fantasma Mary Celeste (trovata alla deriva senza nessuno a bordo)

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Le grandi storie di mare resistono quando la scena del delitto sembra scritta da qualcuno con un gusto feroce per l’assenza. La Mary Celeste appartiene da sempre a quella categoria. La ritrovano nel dicembre del 1872, in pieno Atlantico, a circa 400 miglia dalle Azzorre, più o meno 640 chilometri dalla costa, mentre procede senza guida verso lo stretto di Gibilterra. A bordo regna un silenzio che mette a disagio anche solo a raccontarlo adesso.

Il brigantino americano, comandato da Benjamin Briggs, galleggia ancora bene. Le vele portano i segni del viaggio, lo scafo resta sano, la stiva conserva quasi tutto il carico. Gli oggetti di bordo sono lì. Il riparo c’è. Il capitano, la sua famiglia e ogni membro dell’equipaggio, invece, sono svaniti. Una nave del tutto recuperabile viene rimorchiata fino a Gibilterra da marinai britannici, e da quel momento il caso si incolla all’immaginario collettivo come fanno certe storie che rifiutano di invecchiare.

Per decenni la fantasia si è presa tutto lo spazio disponibile. Pirati, ammutinamenti, malattie fulminanti, creature marine, forze oscure. Il repertorio era vasto, anche troppo. Il fascino della Mary Celeste stava proprio lì: una nave che sembrava abbandonata di colpo, senza lotta visibile, senza saccheggio, senza corpi. Il genere di enigma che manda fuori strada chiunque provi a ragionare da marinaio. Perché un equipaggio lascia un’imbarcazione ancora navigabile solo quando la permanenza a bordo diventa più spaventosa del mare aperto.

Mary Celeste

@Wikimedia Commons

Una miscela letale nella stiva serrata per difendersi dalle onde

La spiegazione più solida, oggi, guarda in basso. Guarda dentro la stiva. La Mary Celeste, che in origine si chiamava Amazon, stava viaggiando da New York a Genova con un carico prezioso e delicatissimo: etanolo ad alta gradazione per uso industriale. In tutto, 1.700 barili di legno stipati nel ventre della nave. In Europa quel carico serviva a rinforzare i vini, e lo aspettavano con impazienza.

Il guaio è che l’Atlantico, in inverno, non concede tregue. Il mare picchiava forte. L’equipaggio teneva i boccaporti ben chiusi per evitare che l’acqua si rovesciasse all’interno. Una scelta sensata, quasi obbligata. Solo che là sotto, in quel buio saturo di legno e vapori, si stava accumulando un pericolo invisibile.

L’inchiesta successiva sul relitto recuperato trovò nove barili completamente vuoti. Il legno, poroso per natura, aveva lasciato filtrare una quantità enorme di alcol. Si parla di circa 300 galloni, oltre 1.100 litri di etanolo, evaporati nello spazio chiuso della stiva. Durante la traversata la nave era passata dal gelo di New York alle acque più miti in direzione del Portogallo. La temperatura sotto coperta era salita oltre i 13 gradi Celsius, il punto di infiammabilità dell’etanolo. A quel punto l’aria si era caricata di gas combustibile. Bastava un innesco.

Qui il caso cambia faccia. E cambia anche tono. Perché l’idea di un incendio classico, con legno annerito e odore di bruciato, stride con quello che i soccorritori videro sulla Mary Celeste: niente pareti carbonizzate, niente segni vistosi di combustione. Un dettaglio che per anni ha tenuto in vita le teorie più pittoresche. Solo che non tutti i fuochi lasciano la stessa firma.

Chiunque abbia visto flambare un dolce o una padella sa che la fiamma dell’alcol può danzare rapida, azzurra, quasi pulita. Si nutre del vapore, corre in superficie, consuma il gas e lascia intatto ciò che sta sotto. Trasportata in scala navale, questa chimica diventa molto meno elegante e parecchio più terrificante.

Nel 2006 il chimico Andrea Sella, dell’University College London, ha provato a mettere ordine nel paradosso. Ha costruito una replica della stiva della Mary Celeste e ha simulato le perdite del carico usando cubi di carta al posto dei barili e butano al posto dell’etanolo. Poi è arrivata la scintilla. È partita una palla di fuoco enorme. Il dettaglio che conta arriva subito dopo: i cubi di carta sono rimasti integri. Nessuna bruciatura seria, nessuna fuliggine, nessun annerimento diffuso.

La dinamica somigliava a un’esplosione d’onda di pressione più che a un incendio tradizionale. Una vampata scenografica davanti, aria relativamente fredda subito dietro. Il gas brucia in una frazione di secondo, il materiale solido si salva. In quel quadro, i boccaporti possono saltare, il ponte può tremare, l’equipaggio può convincersi di essere a un passo dalla catastrofe. Ed è proprio questa la chiave. Quella fiammata, per chi la subisce nel buio di una stiva, non assomiglia a una curiosità chimica da laboratorio. Assomiglia alla fine.

Una fiammata rapidissima

Sella lo ha detto con chiarezza: fra tutte le ipotesi avanzate nel tempo, questa resta la più convincente perché tiene insieme i fatti senza forzarli. Spiega perché la nave fosse ancora in condizioni buone. Spiega l’assenza di tracce pesanti di bruciato. Spiega soprattutto la fuga improvvisa. Per un equipaggio del 1872, già provato dal mare grosso, un lampo blu, un’ondata di calore e boccaporti che si spalancano da soli bastano e avanzano per scatenare il panico.

L’aspetto più interessante arriva qualche anno dopo, quando altri chimici decidono di spingere la prova ancora più vicino alla realtà materiale della Mary Celeste. Jack Rowbotham e Frank Mair, all’Università di Manchester, lavorano alla teoria in occasione di un documentario televisivo e scelgono di fare una cosa molto semplice sulla carta, parecchio complicata nei fatti: usare legno ed etanolo, cioè materiali più fedeli a quelli veri.

Il modello è in scala 1:18. Stavolta non basta creare una nube infiammabile. Serve ricostruire anche il passaggio climatico che i marinai avevano vissuto davvero. Prima i ricercatori nebulizzano etanolo freddo nella piccola stiva, replicando le temperature rigide della partenza da New York, poi provocano una scintilla elettrica. Non succede nulla. Il freddo tiene i vapori troppo radi, troppo poveri per prendere fuoco.

A quel punto spostano idealmente la nave verso il clima più tiepido dell’area delle Azzorre. Scaldano l’etanolo a bagnomaria e riscaldano il modellino di legno con stufe a gas. Spruzzano di nuovo l’alcol. La scintilla trova finalmente una nube ricca e instabile. L’esplosione arriva subito, violenta. Il boccaporto, appoggiato senza fissaggi rigidi, vola dall’altra parte della stanza. Il ponte di legno si deforma. Eppure i tecnici non trovano tracce di combustione o carbonizzazione sui legni del modello. Zero. Le fiamme dell’etanolo possono arrivare a circa 2.000 gradi Celsius, solo che qui la durata conta più della temperatura: il colpo è brevissimo, feroce, e poi sparisce.

È una scena che rimette la Mary Celeste in una dimensione umana. Molto più umana di pirati e fantasmi. Nessuno a bordo aveva una laurea in chimica, e non serviva essere superstiziosi per lasciarsi travolgere dal terrore. In una nave buia, carica di vapori alcolici, un bagliore blu e un’ondata di calore possono sembrare il preludio a un’esplosione capace di aprire lo scafo.

La scintilla decisiva resterà probabilmente senza nome. Due barili mossi dal rollio che sfregano fra loro. Un marinaio che apre un boccaporto per far respirare la stiva mentre tiene ancora la pipa accesa. Un contatto minimo, un gesto sbagliato al secondo sbagliato. La chimica, qui, non consegna il dettaglio cinematografico perfetto. Consegna qualcosa di meglio: una catena plausibile di eventi.

Il capitano, con ogni probabilità, vede o sente abbastanza per pensare che restare a bordo equivalga a sfidare il colpo successivo. Ordina a tutti di calarsi sulla scialuppa. L’idea più logica, in quel momento, è aspettare fuori che il pericolo passi, restando trainati dalla nave. Poi basta un cavo che si spezza, una raffica improvvisa, un mare che cambia umore. Il brigantino prosegue. La barca sparisce. La Mary Celeste resta sola, e proprio quella solitudine costruisce la leggenda.

La prova moderna che ha rimesso ordine in una leggenda tenace

C’è anche un dettaglio bellissimo, quasi tenero in mezzo a una storia simile. I chimici che hanno lavorato su questa ipotesi vogliono trasformare il loro modello in uno strumento per le scuole, un’attività di divulgazione capace di spiegare come funzionano le miscele di combustibile e, insieme, come procede il ragionamento scientifico quando affronta un enigma storico. L’interesse, dicono in sostanza, vive nel percorso prima ancora che nella soluzione: mettersi nella testa di chi era lì, in un altro secolo, con altre paure, altri strumenti, un altro modo di leggere il mondo.

Ed è forse proprio questo il punto che rende la Mary Celeste ancora così viva. La nave fantasma perde un po’ di nebbia, certo. Guadagna qualcosa di molto più affascinante: una spiegazione che sa tenere insieme il brivido e i fatti. Nessuna mano invisibile sul timone, nessun mostro marino, nessuna maledizione ben confezionata. Solo legno, etanolo, temperatura, pressione, panico. Per più di centocinquant’anni si è cercato il fantasma nell’oceano. Il fantasma, con ogni probabilità, aspettava in stiva.

Fonte: UCL

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