Il problema principale delle difficoltà delle grandi aziende cinesi non è l’Occidente, ma la Cina stessa. A proporre questa lettura, in un commento pubblicato sul Financial Times, è l’economista Alicia García-Herrero, capoeconomista per l’Asia-Pacifico di Natixis e senior fellow del think tank Bruegel.
La tesi è costruita attorno a una metafora efficace: come nel caso del colesterolo, anche nell’economia convivono componenti buone e cattive. Da un lato ci sono i campioni globali. aziende innovative e altamente competitive, protagoniste nei settori più avanzati. Dall’altro, un sottobosco di imprese meno produttive che sopravvivono grazie al sostegno pubblico pur non generando profitti sufficienti.
Negli ultimi dieci anni il capitalismo cinese è cambiato profondamente. Se in passato dominavano le imprese di Stato, oggi i protagonisti della competizione globale sono sempre più gruppi privati, tecnologici e orientati all’innovazione. Il loro successo non deriva più soltanto da vantaggi tradizionali come il basso costo del lavoro, ma da capacità industriali e tecnologiche mature.
Questo dinamismo, però, si scontra con un contesto interno sempre più disfunzionale. Il mercato cinese è caratterizzato da una competizione estrema, che sfocia in quella che viene definita involuzione (neijuan): una corsa continua all’espansione delle vendite che produce rendimenti decrescenti. Troppe imprese competono per una domanda interna debole, comprimendo i margini e riducendo la redditività complessiva.
Il punto cruciale è che le aziende più efficienti non stanno perdendo terreno rispetto ai concorrenti stranieri, ma rispetto a rivali domestici meno produttivi. In un sistema di mercato normale, queste imprese dovrebbero uscire dal mercato. In Cina, invece, continuano a operare grazie al sostegno dei governi locali, che attraverso sussidi, credito e appalti pubblici evitano fallimenti potenzialmente destabilizzanti sul piano occupazionale. Una scelta razionale sul piano politico, ma che nel suo effetto aggregato erode il potere di prezzo e i margini delle aziende migliori, riducendo le risorse disponibili per investimenti e innovazione.
Questa lettura trova conferma, da un’altra angolazione, in un’analisi pubblicata sul New York Times da Eswar Prasad, professore della Dyson School alla Cornell University e senior fellow della Brookings Institution. Prasad parte da un dato impressionante: nel 2025 il surplus commerciale cinese ha raggiunto 1.190 miliardi di dollari. Un segnale di forza export, ma anche di debolezza strutturale. Il problema, osserva, è che l’economia cinese produce molto più di quanto consumi. Gli investimenti – spesso guidati da imprese pubbliche e poco efficienti – hanno gonfiato la capacità produttiva, mentre la domanda interna resta debole. Le famiglie, alle prese con incertezza occupazionale e crisi immobiliare, tendono a risparmiare anziché spendere. In un contesto persino deflazionistico, questo squilibrio si accentua.
Il risultato è che l’eccesso di produzione viene scaricato sui mercati globali. Se gli Stati Uniti, sotto Donald Trump, hanno parzialmente chiuso il loro mercato con i dazi, la Cina ha semplicemente deviato le esportazioni verso altri paesi, mettendo sotto pressione industrie europee, asiatiche e dei paesi emergenti. Non a caso, cresce la reazione protezionistica: dall’Unione europea al Messico, sempre più economie temono di diventare mercati di sbocco per il surplus cinese.
Letti insieme, i due contributi delineano un quadro coerente. Da un lato, come sottolinea García-Herrero, il problema è microeconomico: un eccesso di concorrenza interna distorta da incentivi pubblici che protegge le imprese inefficienti e penalizza quelle più produttive. Dall’altro, come evidenzia Prasad, lo stesso squilibrio si manifesta a livello macroeconomico: la debolezza della domanda interna costringe la Cina a esportare il proprio surplus, generando tensioni globali.
Le minacce esterne – dai dazi alle tensioni geopolitiche – restano rilevanti ma non decisive. La Cina dispone di strumenti per assorbire questi shock meglio di altre economie. Il vero nodo resta interno: un modello di crescita che continua a privilegiare produzione e stabilità sociale rispetto a efficienza e consumi.
Il paradosso è evidente. Le aziende cinesi più forti, quelle capaci di competere sui mercati globali, sono allo stesso tempo favorite e ostacolate dal sistema in cui operano. E mentre Pechino cerca di sostenere il proprio tessuto industriale, rischia di indebolire proprio i suoi campioni. Un equilibrio fragile, che non riguarda solo la Cina ma l’intero sistema commerciale globale.
Fonte:
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