Con la scelta di correre a Parigi, domani, dall’odiato Emmanuel Macron, per discutere assieme a Keir Starmer e Friedrich Merz del piano per la riapertura dello stretto di Hormuz, Giorgia Meloni risponde implicitamente al secondo attacco di Donald Trump in appena 24 ore. Ma lo fa con l’ultima e definitiva abiura di tutta la sua politica estera, e cioè con la riscoperta di quel gruppo dei volenterosi che sin dall’inizio del secondo mandato trumpiano si è mobilitato a difesa dell’Europa (anzitutto sulla decisiva questione ucraina). Gruppo fino a ieri da Meloni ripetutamente snobbato proprio in favore di Trump. Più che una nemesi, una lezione. Per la nostra presidente del Consiglio e per tutti noi.
Comunque si giudicasse, fino a ieri, la consistenza e l’autenticità della sua conversione europeista (almeno rispetto ai tempi in cui chiedeva di uscire dall’euro), è evidente che lo strappo con Trump le ha tolto ogni margine di ambiguità e di manovra. Del resto, proprio il carattere insincero, tattico e praticamente obbligato di questa lentissima correzione di rotta dimostra la forza irresistibile della realtà.
Non per niente è lo stesso percorso compiuto da Marine Le Pen e da pressoché tutte le principali forze antieuropeiste che nel 2016, all’indomani della Brexit e della prima vittoria di Trump, sembravano destinate a travolgere l’Unione (a cominciare proprio dall’Italia, dove a chiedere il referendum per l’uscita dall’euro, oltre a Meloni, allora non particolarmente rilevante, erano sia la Lega sia il Movimento 5 stelle).
Dieci anni fa, sull’onda dell’uscita del Regno Unito, si parlava solo di Frexit, Grexit, Italexit. Si paventava un effetto domino. Dieci anni dopo, come nota Janan Ganesh sul Financial Times, le 27 tessere del domino europeo sono ancora tutte in piedi, semmai è il Regno Unito a dare l’impressione di voler tornare indietro, e comunque appare assai più verosimile che nel prossimo futuro siano altri a entrare, piuttosto che qualcuno dei presenti a uscire: «In un’epoca di nazionalismo acceso, questo club sovranazionale dovrebbe faticare a sopravvivere.
Invece no. Poche cose sono più strane nella politica moderna». La clamorosa sconfitta di Viktor Orbán, in una campagna che il suo sfidante, Péter Magyar, ha giocato tutta nella chiave del ritorno all’Europa, è dunque solo l’ultimo segnale di una tendenza ormai più che consolidata, che i nostri sovranisti, anche quelli considerati più abili e pragmatici come Meloni, hanno avuto il torto imperdonabile di non vedere, prima ancora che di non volere.
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