HomeCinema & ArteA Napoli una mostra internazionale per mappare l’instabilità e disattivare i confini 

A Napoli una mostra internazionale per mappare l’instabilità e disattivare i confini 

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Chi ha tracciato finora le linee del mondo? E che forma può assumere una geografia capace di sottrarsi a quell’eredità? Questi gli interrogativi che scaturiscono dalla mostra Atlante, progettata da James Lingwood per gli spazi della Thomas Dane Gallery di Napoli. L’esposizione costruisce, attraverso le opere di Igshaan Adams, Teju Cole, Luigi Ghirri, Emma McNally, Claudio Parmiggiani, Anri Sala, Tatiana Trouvé e Akram Zaatari, un lento processo di disapprendimento attraverso una rilettura delle mappe cartografiche. 

La pluralità di significati della mostra “Atlante” alla Thomas Dane Gallery di Napoli 

Il titolo nasce dal dialogo con le opere di Luigi Ghirri e Claudio Parmiggiani, ma si sottrae subito a una lettura univoca. Atlante è il libro delle mappe, nonché il corpo mitologico costretto a reggere il peso del mondo; è parola che contiene il mare, l’eco di Atlantide, la promessa di un altrove perduto. È un termine che volutamente suggerisce una pluralità di significati impossibili da ricondurre a un centro stabile. 

Non una mostra sulla cartografia, dunque, quanto piuttosto un’esposizione che assume la mappa come dispositivo ideologico, da interrogare fino al punto di rottura. Le narrazioni attraverso cui il mondo è stato storicamente rappresentato vengono qui messe in discussione, private della loro apparente neutralità: la mappa smette di essere uno strumento descrittivo e rivela la propria natura storicamente situata, illogicamente contingente, esponendo la violenza implicita nei sistemi che hanno preteso di organizzare il mondo. 

A Napoli il mare diventa principio di connessione 

In questo slittamento dello sguardo, il lavoro di Akram Zaatari funge da esempio. Nelle sue mappe il Mediterraneo è una massa viva e centrale, un campo di relazioni, ben lontano dall’essere un vuoto interstiziale tra le terre. Il mare, tradizionalmente pensato come confine, si trasforma qui in principio di connessione: un cambio di baricentro che non ha nulla di formale, per cui spostare il centro significa mettere in crisi le logiche che hanno prodotto separazioni e, soprattutto, asimmetrie di potere. Piuttosto che una proposta di nuova rappresentazione del mondo, ci viene disvelata la consapevolezza che ogni immagine è sempre una costruzione politica. 

L’instabilità come comun denominatore tra gli artisti nel progetto di James Lingwood   

Questa instabilità attraversa l’intera mostra e si declina in forme diverse. Nei grandi disegni di Emma McNally, ad esempio, l’idea stessa di territorio si dissolve in un campo di forze. Linee rette, tracce geometriche, frammenti che potrebbero alludere a griglie, confini o strutture di controllo vengono continuamente attraversati, disturbati, quasi erosi da un fitto lavorio del segno. La superficie del foglio diviene luogo di collisione tra sistemi in cui nulla trova possibilità di stabilizzarsi. 

È proprio in questa resistenza alla forma definitiva che le opere dialogano tra loro. Le trame tessili di Igshaan Adams, le riflessioni fotografiche di Teju Cole, le tensioni spaziali di Tatiana Trouvé, le stratificazioni storiche di Anri Sala contribuiscono a costruire una polifonia fragile, in cui nessuna voce prevale e nessuna lettura si impone come definitiva. Ogni lavoro sembra trattenere una memoria, come se provenisse da contesti in cui la storia avrebbe potuto, e dovuto, andare diversamente. 

“Atlante”: un viaggio non lineare negli spazi della Thomas Dane Gallery 

Il progetto curatoriale di Lingwood accompagna questa complessità. Il percorso espositivo si configura come un viaggio non lineare, fatto di slittamenti e risonanze, privo di una direzione privilegiata o di un punto di arrivo.  

È quasi un cortocircuito che tutto questo avvenga all’interno delle stanze di una galleria. Le opere sembrano eccedere lo spazio che le contiene, come se l’atto stesso di essere incorniciate risultasse insufficiente. Dilaga una tensione centrifuga, un desiderio di fuoriuscire come il mare che molte evocano, che già bagna le coste di Napoli, ignare di un perimetro definitivo. 

In un presente che tende a irrigidire confini e identità, la scelta della fragilità, intesa come condizione fluida e permeabile, si configura come atto politico. 

Diana Cava 

Ulteriori info

Atlante

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Fonte:

www.artribune.com

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