Di Isaac Hammouch
Le democrazie non si misurano soltanto in base alla loro prosperità economica, ai progressi tecnologici o alla stabilità delle loro istituzioni. Esse si giudicano, soprattutto, dalla capacità di proteggere i più vulnerabili, di garantire le libertà fondamentali e di tutelare la dignità di ogni essere umano. È proprio per questo che quanto accaduto a Berlino durante la Marcia dell’Orgoglio non può essere considerato un semplice fatto di cronaca. Ci obbliga a riflettere sullo stato delle nostre società, sulla crescente diffusione dei discorsi d’odio e sulla responsabilità collettiva che abbiamo di fronte alle violenze che continuano a colpire coloro il cui unico “torto” è quello di essere diversi.
Quella che doveva essere una giornata di festa si è trasformata in una tragedia. Migliaia di persone si erano riunite nelle strade della capitale tedesca per partecipare al Christopher Street Day, una delle più importanti manifestazioni europee dedicate all’uguaglianza, alla diversità e alla libertà di essere sé stessi. In mezzo a quella folla pacifica, un veicolo ha travolto diverse persone, lasciando dietro di sé morte, feriti e sgomento. I servizi di emergenza sono intervenuti con rapidità, la polizia ha immediatamente messo in sicurezza l’area e le autorità hanno avviato un’indagine per accertare con precisione la dinamica dell’attacco. Le autorità tedesche hanno qualificato l’episodio come un atto di terrorismo, pur proseguendo le indagini per chiarire le motivazioni dell’autore. In uno Stato di diritto la giustizia non può fondarsi sulle supposizioni, ma esclusivamente sui fatti e sulle prove, anche quando l’emozione collettiva è profonda.
Sarebbe tuttavia altrettanto irresponsabile considerare questa tragedia come un episodio isolato, privo di qualsiasi legame con il clima di tensione che attraversa oggi una parte dell’Europa. Da diversi anni le organizzazioni per i diritti umani, le istituzioni europee e gli osservatori indipendenti denunciano un preoccupante aumento dei discorsi d’odio e delle violenze nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer. Aggressioni fisiche, insulti, intimidazioni, molestie sui social media e discriminazioni continuano a rappresentare una realtà quotidiana per migliaia di cittadini europei.
I dati parlano chiaro. Le indagini condotte dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali mostrano che una parte significativa delle persone LGBTQ+ ha subito episodi di discriminazione o di molestia negli ultimi anni. Molti dichiarano di evitare perfino di tenere per mano il proprio partner in pubblico per timore di essere insultati o aggrediti. Altri nascondono il proprio orientamento sessuale sul luogo di lavoro o rinunciano a denunciare le violenze subite perché convinti di non essere ascoltati o creduti. Dietro queste statistiche non vi sono semplicemente numeri, ma vite segnate dalla paura, una condizione che non dovrebbe trovare posto in alcuna democrazia.
Il Belgio è giustamente considerato uno dei Paesi più avanzati al mondo nella tutela dei diritti delle persone LGBTQ+. È stato tra i primi Stati a riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso e dispone di una legislazione particolarmente avanzata contro ogni forma di discriminazione. Tuttavia, i rapporti di Unia e i dati ufficiali dimostrano che gli episodi di omofobia e transfobia non sono scomparsi. Continuano a verificarsi aggressioni, gli insulti rimangono frequenti nelle scuole, sui mezzi pubblici e persino negli impianti sportivi, mentre i social network amplificano troppo spesso messaggi d’odio e incitamento alla violenza. I progressi legislativi sono fondamentali, ma da soli non bastano a cambiare le mentalità.
Sarebbe inoltre un grave errore pensare che questa questione riguardi esclusivamente le persone omosessuali o transgender. Quando un cittadino viene aggredito a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere, non vengono violati soltanto i suoi diritti individuali. È l’intero patto democratico a essere messo in discussione. Una società nella quale alcuni cittadini vivono nella paura a causa della propria identità cessa progressivamente di essere una società pienamente libera.
Le manifestazioni del Pride vengono talvolta fraintese o ridotte a semplici eventi folkloristici. Alcuni le considerano soltanto feste di piazza, altri le descrivono come provocazioni. Entrambe queste interpretazioni ignorano il loro autentico significato storico. I Pride nascono da una lunga battaglia contro la discriminazione, la persecuzione e l’emarginazione. Ricordano che molte delle libertà oggi considerate scontate sono state conquistate grazie a decenni di impegno civile e di coraggio. Al centro di queste manifestazioni vi è un principio tanto semplice quanto universale: ogni persona deve poter vivere apertamente la propria identità senza il timore di essere umiliata, aggredita o esclusa.

