Un’iniziativa giudiziaria che prende di mira il re Mohammed VI e il capo del governo marocchino Aziz Akhannouch sta suscitando da alcuni giorni numerose reazioni sui social network. Alcuni commenti parlano già di un “terremoto all’Aia” o di un’incriminazione internazionale del potere marocchino. La realtà è tuttavia più sfumata: una denuncia è stata effettivamente depositata, ma la Corte penale internazionale non ha, a questo stadio, pronunciato alcuna incriminazione né annunciato l’apertura di un’indagine.
Una denuncia depositata da Iustitia Europa
Il 10 agosto 2026, l’organizzazione politica spagnola Iustitia Europa ha trasmesso all’Ufficio del pubblico ministero della Corte penale internazionale, all’Aia, un documento che chiama in causa Mohammed VI, Aziz Akhannouch e potenziali responsabili civili, di polizia o militari marocchini.
L’azione riguarda i massicci attraversamenti registrati a Ceuta il 30 e 31 luglio 2026. Secondo le informazioni pubblicate da diversi media spagnoli, i denuncianti chiedono al procuratore di determinare se le autorità marocchine abbiano deliberatamente ridotto o sospeso i controlli di frontiera per consentire a migliaia di persone, tra cui minori, di raggiungere il territorio spagnolo.
Il documento evoca una possibile strumentalizzazione di popolazioni civili destinata a saturare le capacità spagnole e a esercitare una pressione politica su Madrid. In particolare, Iustitia Europa chiede che vengano ricercati eventuali ordini, comunicazioni, riunioni, rapporti d’intelligence o decisioni operative che permettano di stabilire un intervento dello Stato marocchino.
La denuncia propone di esaminare i fatti sotto l’angolo della “guerra ibrida”, nonché di alcune disposizioni dello Statuto di Roma relative ai crimini di guerra e al crimine di aggressione.
Depositare una denuncia non significa aprire un processo
La terminologia impiegata in alcune pubblicazioni può indurre in errore il pubblico. Mohammed VI e Aziz Akhannouch non sono attualmente né incriminati, né perseguiti, né condannati dalla Corte penale internazionale.
Un’organizzazione, una persona o un gruppo può trasmettere all’Ufficio del pubblico ministero informazioni relative a crimini presunti. Questa comunicazione viene poi analizzata per determinare se i fatti allegati rientrino effettivamente nella competenza della CPI e se giustifichino ulteriori passi.
La semplice registrazione o ricezione di un documento non significa quindi che la Corte riconosca la veridicità delle accuse, né costituisce una decisione giudiziaria.
La denuncia stessa ammette d’altronde che non esiste, a questo stadio, alcuna prova conclusiva che stabilisca che un ordine individuale sia stato dato da Mohammed VI o Aziz Akhannouch. Essa chiede precisamente che un’indagine permetta di determinare se abbiano partecipato agli eventi, se ne fossero a conoscenza o se li abbiano autorizzati o tollerati.
Una qualificazione giuridica incerta
La CPI non giudica i governi per la loro politica generale. Persegue persone fisiche sospettate di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra o crimine di aggressione.
Qualificare l’utilizzo politico delle migrazioni come “guerra ibrida” può avere una portata diplomatica o strategica. Tuttavia, questa nozione non costituisce di per sé un’infrazione autonoma prevista dallo Statuto di Roma.
Per configurare l’accusa di crimine di guerra, bisognerebbe in particolare stabilire un legame sufficiente tra gli atti rimproverati e un conflitto armato. Quanto al crimine di aggressione, esso risponde a condizioni particolarmente rigorose legate all’impiego della forza armata da parte di uno Stato contro un altro e solleva, in questa vicenda, importanti questioni di competenza.
Anche se venisse dimostrata una manipolazione politica dei flussi migratori, non sarebbe quindi automatico che essa rientrasse nella competenza materiale della CPI. Altre giurisdizioni nazionali, europee o internazionali potrebbero eventualmente offrire quadri giuridici differenti, a seconda degli atti e delle prove disponibili.
Il precedente di Ceuta nel 2021
I sospetti di utilizzo della migrazione come strumento di pressione diplomatica non sono tuttavia del tutto nuovi.
Nel maggio 2021, circa 9.000 persone avevano raggiunto Ceuta in seguito a un allentamento temporaneo dei controlli marocchini. La crisi si era verificata in un contesto di tensioni tra Rabat e Madrid, dopo l’accoglienza in Spagna di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, per motivi medici.
Il Parlamento europeo aveva allora ufficialmente respinto “l’utilizzo” del controllo di frontiera, della migrazione e in particolare dei minori non accompagnati come mezzo di pressione contro la Spagna. Aveva inoltre stimato che la crisi fosse legata alle tensioni diplomatiche tra i due paesi.
Questo precedente conferisce una certa credibilità politica agli interrogativi riguardanti l’uso del controllo migratorio come leva. Tuttavia, non è sufficiente a dimostrare automaticamente che gli eventi del luglio 2026 siano stati direttamente ordinati dai vertici dello Stato marocchino.
Rabat attribuisce la recente crisi alla disinformazione diffusa sui social network, all’attività delle reti di passatori e a una cattiva interpretazione di una decisione giudiziaria spagnola. Da parte loro, alcuni osservatori sottolineano che la dipendenza europea dai paesi di transito conferisce loro una capacità di pressione considerevole quando riducono o minacciano di ridurre la loro cooperazione migratoria.
Nessuna prova pubblica di un’operazione organizzata da Israele
Alcune pubblicazioni si spingono molto oltre affermando che il Marocco avrebbe agito per conto di Israele per punire la Spagna per le sue posizioni sulla Palestina o sull’Iran.
Ad oggi, nessuna prova pubblica solida permette di stabilire l’esistenza di un’operazione coordinata di questo tipo. Le relazioni militari, diplomatiche e di sicurezza tra Marocco e Israele sono documentate, ma la loro esistenza non dimostra che Israele abbia commissionato o organizzato gli eventi di Ceuta.
Questa accusa deve quindi essere presentata come un’ipotesi politica non suffragata, e non come un fatto stabilito. Non figura tra gli elementi confermati dalla Corte penale internazionale.
Una vicenda reale, ma ancora embrionale
L’esistenza dell’azione giudiziaria è assolutamente reale. Essa impone di interrogarsi sulla protezione dei migranti e dei minori, sulle responsabilità politiche che circondano il controllo delle frontiere e sulla vulnerabilità dell’Unione Europea di fronte alla possibile strumentalizzazione dei movimenti di popolazione.
Tuttavia, parlare già ora di una condanna internazionale di Mohammed VI o di Aziz Akhannouch sarebbe inesatto. La vicenda si trova allo stadio di una comunicazione indirizzata al procuratore da una formazione politica spagnola. Resta da vedere se l’Ufficio del pubblico ministero vi darà seguito e, soprattutto, se i fatti allegati possano giuridicamente rientrare nello Statuto di Roma.
La conclusione più rigorosa è quindi duplice: la denuncia esiste e i sospetti di strumentalizzazione migratoria meritano un esame serio, ma nessuna responsabilità penale individuale è stata ancora stabilita.
Pubblicato originariamente su Opinion Mondiale.

