L’intelligenza artificiale potrà diventare più sicura solo quando avrà imparato a percepire un corpo reale: a dirlo è lo studio guidato da Akila Kadambi, dall’Università della California a Los Angeles, e pubblicato sulla rivista Neuron. La proposta dei ricercatori è dotare l’IA di meccanismi di ‘incarnazione interna’.
Quando un essere umano compie un gesto nel mondo reale, come semplicemente passare il sale a tavola, il cervello fa qualcosa di molto più complesso del semplice riconoscimento di una richiesta e dell’esecuzione di un movimento. Sta attingendo a una vita intera di esperienze corporee: la posizione della mano nello spazio, la sensazione al tatto della saliera, la consapevolezza sociale di chi ha fatto la richiesta e perché. In una frazione di secondo, corpo e cervello lavorano all’unisono.
Ad oggi l’IA invece non fa lo stesso. A questi sistemi mancano due ingredienti essenziali che gli esseri umani danno per scontati: un corpo che interagisce con il mondo fisico e una consapevolezza interna dei propri stati corporei, come la fatica, l’incertezza o il bisogno fisiologico. Un mix che i ricercatori definiscono come “incarnazione interna”.
Una mancanza che, secondo i ricercatori, rappresenta una sorta di memoria interna che non solo limita le prestazioni dell’IA ma rappresenta anche un limite alla sua sicurezza: “Senza vincoli interni, un sistema di IA non ha alcuna ragione intrinseca per evitare errori dovuti a eccessiva sicurezza, resistere alla manipolazione o comportarsi in modo coerente”, ha detto Marco Iacoboni, della Scuola di Medicina David Geffen negli Usa e tra gli autori dello studio. Un limite che potrebbe essere superato introducendo nell’IA una sorta di memoria e dei meccanismi interni di controllo stabili nel tempo.
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