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Arenato in Iran, anche Trump caccia le sue Santanchè

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L’improvviso licenziamento di Pam Bondi, a circa un mese di distanza da quello di Kristi Noem, lo confesso, mi ha fatto pensare subito a Daniela Santanchè, e non solo per quella che mi pare una notevolissima somiglianza caratteriale e antropologica. Pensando anche all’indimenticabile imitazione che ne aveva fatto Paola Cortellesi, mi pare difficile trovare in tutti gli Stati Uniti (e forse nel mondo) due tipi umani più simili a lei dell’ex governatrice che si vantava di avere sparato al cane disubbidiente o della procuratrice generale che ha tentato di trasformare il dipartimento di Giustizia nell’ufficio vendette personali del presidente.

Il fatto è che la guerra in Iran sta all’amministrazione Trump come il referendum sulla giustizia al governo Meloni. I giornali spiegano che la procuratrice generale pagherebbe anzitutto la pessima gestione del caso Epstein, il che certamente ha ben poco a che fare con la guerra in Medio Oriente, e lo stesso si può dire dell’ex responsabile della Sicurezza nazionale, che avrebbe pagato la pessima gestione delle famigerate milizie dell’Ice e una serie di scandali relativi ad aerei di lusso e altre spese ingiustificate del suo dipartimento. D’altra parte, cosa c’entrava la nostra ministra del Turismo con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri? Qui i giornali hanno spiegato che Giorgia Meloni non poteva più permettersi di coprire gli esponenti di governo più compromessi su quel fronte, a cominciare dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e dal capo di gabinetto del ministero Giusi Bartolozzi, e che sarebbe stato Delmastro, a quel punto, a pretendere le dimissioni di Santanchè. E così si comprenderebbe come mai, dopo averla strenuamente difesa per due anni, e contro ogni evidenza, Meloni l’abbia improvvisamente licenziata all’indomani di una sconfitta con cui non aveva nulla a che fare.

Io però comincio a pensare che le cose siano andate diversamente. Secondo me, Santanchè non è stata licenziata nonostante fosse stata difesa molto oltre i limiti del ragionevole fino al giorno prima, ma proprio per questo. Penso cioè che personaggi come lei, come Bondi e come Noem, siano i primi a essere scaricati, nei momenti difficili, per le stesse ragioni che li hanno resi intoccabili nei momenti di gloria. Come ricorda Maureen Dowd sul New York Times, Noem ha regalato a Trump un modellino del Monte Rushmore con aggiunto il suo volto, Bondi ha appeso uno striscione con il viso accigliato di Trump sulla facciata del dipartimento di Giustizia. Eppure, osserva, tutto questo non è bastato. Io invece penso che tutto questo sia proprio la ragione per cui sono cadute in disgrazia. È una dinamica tipica delle leadership populiste, che hanno costantemente bisogno di capri espiatori. «Ora che si trova con le spalle al muro in Iran, Trump potrebbe sentire l’impulso di licenziare altre persone», osserva Dowd.

Ma lui, si sa, è al tempo stesso capo del governo e capo dello stato, è libero di sostituire qualunque membro della sua amministrazione quando vuole, e non rischia di perdere per questo anche l’unico risultato che gli era rimasto da sbandierare, e cioè quello, peraltro a doppio taglio, del governo più longevo e stabile della storia repubblicana.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.


Fonte:

www.linkiesta.it

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