Poco dopo mezzanotte, il cielo ha fatto una di quelle cose che di solito si raccontano il giorno dopo con il telefono in mano e l’aria di chi deve convincere gli altri di aver visto davvero qualcosa. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 2026, alle 00:46 ora locale, un bolide molto luminoso ha attraversato la Liguria, tagliando il buio sopra la costa da levante a ponente. Un passaggio breve, violento, abbastanza intenso da essere visto anche da molto lontano: Toscana, Piemonte, Francia meridionale, fino alle zone di Marsiglia e Grenoble. Per qualche secondo il cielo ha smesso di essere sfondo ed è diventato evento. Poi il buio si è richiuso, come fa sempre, lasciando a terra il solito misto di stupore, video mossi, messaggi notturni e gente che il mattino dopo cerca una spiegazione decente.
La spiegazione è arrivata dal lavoro incrociato tra osservatori visuali e strumenti scientifici. Il bolide in Liguria è stato documentato dalla rete nazionale PRISMA, coordinata dall’Istituto Nazionale di Astrofisica, insieme alla rete francese FRIPON. Un ruolo importante lo ha avuto anche la camera all-sky installata al Parco Scientifico di Monte Viseggi, sopra La Spezia, dove l’Istituto Culturale Astrofili Spezzini porta avanti attività di osservazione e studio degli asteroidi da quasi trent’anni. Le prime segnalazioni visuali sono arrivate dagli astrofili Valeria Gnarini e Lorenzo Natali, che hanno permesso di avviare rapidamente il controllo dei dati e il confronto tra immagini, testimonianze e registrazioni strumentali. Le analisi ufficiali indicano che l’evento è stato registrato da 12 postazioni, 5 italiane e 7 francesi, una copertura abbastanza ampia da ricostruire con precisione traiettoria atmosferica e orbita del corpo originario.
Quel lampo visto dalla costa ligure è diventato un caso scientifico
La luminosità del fenomeno spiega il clamore. Il bolide ha raggiunto una magnitudine apparente di circa -13, un valore paragonabile a quello della Luna piena. Tradotto senza far venire l’orticaria agli esseri umani fuori dai laboratori: era davvero molto, molto luminoso. Abbastanza da farsi notare su un tratto enorme di territorio, abbastanza da finire nelle registrazioni delle camere scientifiche e delle webcam locali, abbastanza da diventare materia di analisi e non soltanto di meraviglia. Le immagini mostrano una traiettoria quasi rettilinea, una scia netta, un bagliore capace di illuminare per qualche istante anche il paesaggio sottostante e la superficie del mare.
Il corpo entrato in atmosfera aveva natura asteroidale e apparteneva alla classe orbitale degli asteroidi Apollo, oggetti la cui orbita può incrociare quella terrestre. La velocità stimata è di circa 30 chilometri al secondo, cioè più di 100mila chilometri l’ora, una cifra che da sola basta a ricordare quanto sia poco tranquilla la parola “spazio” quando smette di stare nei documentari e inizia a sfiorare l’atmosfera. Proprio questa velocità ha permesso agli esperti di escludere il collegamento con lo sciame meteorico delle Liridi, attivo in questo periodo dell’anno, perché le meteore delle Liridi entrano di solito in atmosfera a velocità più elevate, intorno ai 45 chilometri al secondo. Il bolide ligure veniva da un’altra storia.
Il passaggio si è chiuso in alto, a circa 50 chilometri di quota, dove il corpo si è completamente disintegrato. Nessun frammento è arrivato al suolo, quindi niente caccia alla meteorite, niente pietra spaziale da cercare tra i cespugli con aria da Indiana Jones della domenica. La formula, molto semplice, resta questa: corpo asteroidale sì, meteoriti al suolo zero. Una distinzione piccola solo in apparenza, perché in astronomia le parole contano. Una meteora è il fenomeno luminoso prodotto quando un frammento di asteroide o di cometa entra nell’atmosfera terrestre ad altissima velocità. Un bolide è una meteora particolarmente luminosa. Una meteorite è ciò che resta del corpo quando una parte sopravvive al viaggio nell’atmosfera e raggiunge il terreno. Qui il viaggio si è fermato prima.
La fisica del fenomeno ha poco di romantico e molto di brutale. Il frammento entra nell’atmosfera, comprime l’aria davanti a sé, la scalda, si scalda, vaporizza materiale, ionizza la colonna d’aria lungo la traiettoria e produce quella luce che dalla Terra appare come una lama improvvisa nel cielo. Noi la chiamiamo stella cadente quando vogliamo desideri facili e parole morbide. Gli astronomi, con meno poesia e più utilità, parlano di meteoroidi, meteore, bolidi e meteoriti. In mezzo ci sono frammenti di comete e asteroidi, resti di processi antichi, materiale che viaggia nello spazio finché incontra la Terra e si consuma in pochi secondi.
La camera PRISMA del Parco Scientifico di Monte Viseggi appartiene a una rete nazionale di camere all-sky pensate per controllare il cielo notturno in modo continuo. Sono strumenti che sembrano fare una cosa semplice, guardare in alto, e invece raccolgono dati preziosi: registrano il passaggio dei bolidi, aiutano a calcolarne la traiettoria, permettono di stimare l’orbita originaria del corpo e, nei casi giusti, indicano anche eventuali aree di caduta di meteoriti. PRISMA, acronimo di Prima Rete Italiana per la Sorveglianza sistematica di Meteore e Atmosfera, è coordinata dall’INAF e conta oggi oltre 80 camere all-sky, con una comunità fatta di enti di ricerca, università, scuole, gruppi astrofili e realtà locali.
Il caso ligure mostra bene il senso di una rete simile. Il singolo lampo, visto a occhio nudo, resta un’esperienza. Lo stesso lampo, ripreso da più postazioni, misurato, confrontato, collocato in una traiettoria, diventa informazione scientifica. La differenza sta tutta lì: nel passaggio dal “l’ho visto” al “possiamo ricostruirlo”. La camera di Monte Viseggi ha dato un contributo dentro questo mosaico più ampio, insieme alle postazioni italiane e francesi, alle immagini locali, alle segnalazioni dei cittadini, agli astrofili che hanno avuto prontezza e competenza per trattare lo spettacolo come un dato da salvare.
Il Parco Scientifico di Monte Viseggi ha una storia lunga. L’osservatorio astronomico “Luciano Zannoni”, che domina La Spezia, è stato inaugurato nel 1989 da Margherita Hack; negli anni Novanta furono apportate migliorie all’ottica per sviluppare fotografia digitale e studio degli asteroidi. Dopo un periodo difficile, la struttura è stata rilanciata dagli Astrofili Spezzini, con il rinnovo del parco, dei locali e della strumentazione. Oggi quel luogo conserva una funzione molto concreta: osservare, registrare, fare didattica, partecipare a reti più grandi senza perdere il radicamento locale.
Fonte: INAF
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