“La mia storia non è cominciata il 7 ottobre. Già da bambini abbiamo vissuto delle condizioni molto dure, abbiamo visto la guerra. Ho un ricordo bruttissimo di quel giorno, di me seduta fra le rovine della mia casa e tutto intorno a me vedevo dei giornalisti stranieri che parlavano delle lingue che io non capivo. E questo bad feeling, questa cattiva sensazione, mi ha accompagnato per moltissimo tempo: questa sensazione di impotenza, di essere lì seduta in mezzo, nel nulla, senza poter far nulla. E lì ho deciso di diventare giornalista”.
La giornalista Ruwaida Kamal Amer, giornalista, produttrice e regista palestinese basata a Gaza, è rimasta nella Striscia con la sua famiglia dall’inizio della guerra, documentando in prima linea l’impatto del conflitto sui civili. Ha lavorato come produttrice e regista per Al Jazeera English, Euronews e ABC News, e scrive per +972 Magazine e Repubblica, dove racconta la vita sotto assedio e le dinamiche politiche del territorio, portando all’attenzione storie spesso assenti nel racconto mainstream.
Durante l’incontro al Festival Internazionale del Giornalismo #IJF26 “Gaza: raccontare l’impossibile”, Kamal Amer ha condiviso la sua esperienza sul territorio e ha parlato della resilienza dei giornalisti palestinesi, dei rischi che corrono e dell’importanza che il mondo non dimentichi Gaza.
In particolare, Kamal Amer ha descritto la difficoltà di essere contemporaneamente una giornalista che documenta la guerra e una vittima che la vive, e di dover bilanciare la ricerca di notizie con la necessità di trovare cibo, acqua, elettricità per il suo computer e un rifugio per la sua famiglia.
La situazione in costante cambiamento ha comportato continui spostamenti, mentre la difficoltà di accesso a internet e all’elettricità l’ha costretta a esporsi a pericoli, come quando ad esempio ha dovuto recarsi presso gli ospedali per la corrente elettrica, spesso colpiti dagli attacchi israeliani.
La scrittura, ha detto Kamal Amer, è stata un mezzo per elaborare lo stress e non perdere la lucidità: “Se avessi fatto vedere alla mia famiglia che io ero così stressata, così nervosa, sarebbero crollati anche loro. E dunque io mi calmavo lavorando, scrivendo, scrivendo, scrivendo e cercando di non pensare a tutto quello che succedeva intorno a me, perché altrimenti avrei perso la testa”.
Kamal Amer credeva che l’essere giornalista fosse una sorta di protezione e invece ha presto realizzato che i giornalisti erano bersagli deliberati. Le è stato detto di non indossare la casacca “PRESS” e spesso chi le stava vicino la allontanava per paura di essere colpito a causa della sua presenza. Lei stessa è stata ferita alla schiena e al braccio da una bomba caduta a pochi metri dalla sua casa mentre cercava di accedere a internet.
“Ogni giornalista a Gaza ha una storia, un sogno per il futuro. Noi non siamo numeri e sogniamo di avere un futuro anche se ci vogliono uccidere. Ma vi prego continuate a parlare, continuate a condividere sui social, continuate a rilanciare le notizie di Gaza. Non restate in silenzio, non dimenticate Gaza”, ha concluso Kamal Amer con un appello affinché si continui a parlare di Gaza mentre l’attenzione si sposta verso altri conflitti e venga data speranza ai palestinesi perché possano costruire il loro futuro senza dover sempre ricominciare da capo, come è successo anche a lei che ha perso casa, lavoro e tutto. “La soluzione è la pace. Fateci vivere in pace. Voi giornalisti avete delle voci, sono voci potente, usatele per proteggere chi ha bisogno”.
Qui di seguito il video dell’incontro:
Immagine in anteprima: Riccardo Urli/IJF26
Fonte:
www.valigiablu.it



