HomeAnalisi & InchiesteTrump ci ha imprigionato tutti dentro al suo videogioco

Trump ci ha imprigionato tutti dentro al suo videogioco

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Tentare di razionalizzare la quotidiana, caotica e contraddittoria sfilza di minacce sanguinarie e imprevedibili aperture negoziali indirizzate all’Iran dalla Casa Bianca non è facile, e forse non è neanche utile. I canali social di Donald Trump trasmettono a getto continuo proclami di vittoria, annunci di imminenti apocalissi atomiche e grida di giubilo per immaginarie dichiarazioni di resa del nemico, in una sequenza mozzafiato che agli occhi del presidente americano rappresenta senza dubbio la quintessenza dell’art of the deal, ma intanto sta mettendo a dura prova anche gli esegeti più devoti. Non molti riescono a darsi ragione di questo delirio, che è forse il caso più estremo di gamification applicata alla politica internazionale. Perché in effetti, se collochiamo la crisi iraniana nella giusta prospettiva, e cioè accanto alla crisi di Gaza e ai fasti del Board of Peace, e prima ancora agli sproloqui sull’annessione del Canada e alle sparate sulla conquista della Groenlandia, vediamo bene che c’è del metodo in questa follia. Ed è appunto la pura e semplice logica del videogame, con i lucrosi contratti, gli aerei omaggio e gli altri benefit previsti per il presidente e per i suoi cari al posto delle ricompense tipiche dei videogiochi, quando l’eroe sconfigge l’ultimo avversario e supera il quadro, accompagnato da squilli di trombe e tintinnio di monete d’oro.

I celebri ultimatum di Trump, del resto, hanno lo stesso valore dei «vengo subito» con cui qualunque adolescente attaccato alla console risponde alle chiamate dei genitori. Ultimatum che sono sempre e non per caso di due settimane, misura esattissima, abbastanza breve da apparire ragionevole (chi negherebbe due settimane di tempo per risolvere crisi internazionali spesso vecchie di decenni?) ma anche sufficientemente lunga, nella società del flusso di notizie continuo e della soglia di attenzione ormai praticamente azzerata, perché possiamo dimenticarcene molto prima della scadenza (chi si ricorda più dei piani per la costruzione di Gaza?). Trump vuole che ce ne dimentichiamo perché l’unica cosa che gli interessa è continuare a giocare, passare al quadro successivo, guadagnare altri soldi e altre medaglie, mettere nuovi record. Il problema è che a ricordarcene, stavolta, provvede la crisi economica mondiale innescata dalla chiusura dello stretto di Hormuz, che peraltro prima della guerra era perfettamente aperto, e la cui riapertura sarà verosimilmente l’unico straccio di risultato Trump riuscirà forse a ottenere dagli iraniani, magari assieme a qualche vaga promessa sull’utilizzo del programma nucleare, cioè esattamente quel che aveva ottenuto Barack Obama, con una guerra e una crisi economica mondiale in meno, con l’accordo stracciato proprio da Trump nel 2018.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.


Fonte:

www.linkiesta.it

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