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Il Canada chiede di entrare nel piano Made in Europe

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Il Canada prova a entrare nel perimetro dell’autonomia industriale europea. E lo fa con una mossa che dice molto di più di quanto sembri: chiedere accesso al nascente schema “Made in Europe”, cioè il piano con cui Bruxelles vuole proteggere i settori strategici – dall’energia pulita all’industria pesante – limitando sussidi e appalti alle imprese europee o a partner selezionati.

Lo scrive il Financial Times, riprendendo le parole della ministra dell’Industria canadese Mélanie Joly, la quale ha spiegato che Ottawa intende avviare negoziati con l’Unione europea per ottenere un accesso reciproco. L’obiettivo è chiaro: «Dobbiamo essere allineati, così le nostre imprese potranno competere e prosperare». E ancora: «Vogliamo creare condizioni di parità per le aziende europee in Canada, ma anche viceversa».

Dietro questa richiesta c’è un cambiamento strutturale. Il piano europeo – formalmente Industrial Accelerator Act – nasce per rafforzare la base manifatturiera del continente e ridurre la dipendenza da attori esterni, in particolare dalla Cina. Ma prevede una clausola politica: i Paesi con accordi commerciali con l’Unione europea possono essere inclusi, a patto di offrire accesso simmetrico ai propri mercati.

Il Canada vuole esattamente questo. E lo fa mentre prova a ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti, che restano il principale partner commerciale ma anche una fonte crescente di incertezza. Non è un caso che il primo ministro Mark Carney abbia rilanciato più volte l’idea di un coordinamento tra medie potenze per creare un contrappeso economico a Washington e Pechino. Come ha spiegato Joly, serve «creare davvero un blocco economico» capace di resistere a «egemoni e hyperscaler».

È la stessa logica che si vede già in altri dossier. L’ingresso del Canada nel programma europeo di riarmo Safe, raccontato lo scorso febbraio, va nella stessa direzione: costruire reti industriali e strategiche alternative, senza rompere con gli Stati Uniti ma riducendo la vulnerabilità alle loro oscillazioni politiche.

Sul piano economico, il meccanismo è simile. L’Unione europea metterà a disposizione dell’Ucraina prestiti finanziati sui mercati, coperti dal bilancio comune, mentre Ottawa punta a inserirsi in schemi analoghi di cooperazione industriale. In entrambi i casi, l’idea è usare la scala – cioè mercati più grandi e integrati – come forma di protezione.

Il contesto è quello di una progressiva frammentazione del commercio globale. Il Canada ha già introdotto una politica “Buy Canadian” per privilegiare le imprese domestiche in settori strategici. L’Europa fa lo stesso con il “Made in Europe”. Il punto non è più scegliere tra apertura e protezione, ma decidere con chi costruire catene del valore condivise.

Non a caso Ottawa si è data un obiettivo ambizioso: raddoppiare entro il 2035 le esportazioni verso Paesi diversi dagli Stati Uniti, generando circa trecento miliardi di dollari in nuovi accordi tra Europa e Asia. È la traduzione concreta di una strategia già delineata da Carney: diversificare i partner, rendere più resilienti le supply chain e costruire blocchi economici tra Paesi “affini”.

Resta da capire quanto sarà aperta davvero l’Europa. Il piano industriale ha già sollevato timori tra alcuni Stati membri e settori, in particolare l’automotive, preoccupati per possibili restrizioni al libero scambio. Bruxelles, per ora, lascia la porta socchiusa: l’accesso per i partner dipenderà dagli impegni specifici negoziati caso per caso.

Ma il segnale politico è già chiaro. In un mondo sempre più competitivo e meno regolato, anche le economie avanzate stanno passando da un multilateralismo astratto a una rete di alleanze selettive. E il Canada vuole essere dentro quel perimetro, non fuori.


Fonte:

www.linkiesta.it

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