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Il Green Film Lab: come produrre un film sostenibile

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Dal 17 al 19 aprile, a Torino, il workshop ha coinvolto 24 professionisti del settore per promuovere un approccio etico alla produzione cinematografica.

Il Green Film Lab è un workshop per chi lavora nel cinema e vuole applicare ai film un protocollo green.
I partecipanti hanno individuato gli aspetti ambientali più critici dei propri progetti e poi trovato delle soluzioni.
Produrre un film sostenibile significa prestare cura anche al contenuto.

Tre giorni di alta formazione. Il TorinoFilmLab ha portato sotto la Mole il Green Film Lab, un progetto internazionale dedicato a chi produce film e vuole farlo in modo sostenibile. Organizzato insieme a Green Film – Trentino Film Commission e con il supporto di Creative Europe – Sottoprogramma MEDIA dell’Unione Europea, il workshop è stata un’occasione per lavorare attivamente sull’impatto ambientale che i film possono generare. Tutto per applicare in futuro un protocollo green e ottenere una certificazione.

L’esperienza di lavoro è stata immersiva. I partecipanti (ventiquattro in totale, dodici dall’Italia e dodici dal resto del mondo) hanno avuto modo di raccontare i propri percorsi e spiegare perché oggi la sostenibilità ambientale è un tema chiave anche nel cinema. C’è chi dice che è qui perché la sostenibilità non deve essere un obbligo, ma qualcosa su cui confrontarsi, e cruciale quasi da un punto di vista filosofico, o chi ribadisce che la sostenibilità nella produzione passa anche dalla sostenibilità nei contenuti, cioè nelle storie.  

Il workshop inizia con un quiz generale tenuto da Lucie Trémolières, scrittrice e regista specializzata in eco-narrazione, per capire quanto ne sanno i partecipanti sul tema. Il senso è rompere il ghiaccio, ma soprattutto avviare il confronto nei gruppi, anche solo per individuare quale momento del ciclo di vita di uno smartphone emette più anidride carbonica. Spoiler: la produzione.  

Mercedes Fernandez, Managing Director del TorinoFilmLab © Giulia Fasano

Lavorare per un film sostenibile

La cosa interessante è che i partecipanti del workshop ad un certo punto vengono divisi in due gruppi. Due gruppi per due tutor: Dörte Schneider Garcia, esperta assistente alla regia e consulente per la sostenibilità e Louise Marie Smith, fondatrice di Neptune Environmental Solutions, specializzata nei sistemi di gestione ambientale e nelle pratiche sostenibili per l’industria del cinema e delle serie TV di fascia alta. 

I due gruppi sono a loro volta suddivisi in tre piccoli gruppi per lavorare ai singoli progetti. Nei tre gruppi, ci sono quattro persone di cui due già coinvolte nel progetto (il produttore/la produttrice e il/la regista), e due che ci lavorano per la prima volta (un produttore/una produttrice e un/una consulente di sostenibilità). La prima parte del lavoro è semplice: guardiamo il progetto, analizziamolo e individuiamo insieme le SWOT, cioè i punti di forza (Strenghts), le debolezze (Weaknesses), le opportunità (Opportunities) e i rischi (Threats), quindi tutti quegli aspetti ambientali critici che servono per definire una strategia condivisa. Niente soluzioni, per ora è giusto definire le problematiche e ricevere un feedback dal tutor e dagli altri partecipanti per rafforzare certe idee, dare suggerimenti, o aggiungere contesto.

Prima di guardare alle soluzioni c’è una masterclass sui case studies, una di quelle che esemplifica il valore della formazione acquisita nel Green Film Lab. Tutto in una logica precisa dove al lavoro di gruppo segue una lezione, e poi ancora lavoro di gruppo e poi un’altra lezione ancora. I case studies raccontano il cambio di paradigma, come le produzioni hanno trasformato e diminuito il proprio impatto ambientale. Ci sono film che hanno rimpiazzato le luci con quelle a LED, risparmiando 10 mila dollari di elettricità, e altri che hanno scambiato 243 litri di diesel con HVO (Hydrotreated Vegetable Oil, ovvero Olio Vegetale Idrotrattato), un biocarburante rinnovabile di alta qualità, prodotto da scarti vegetali e animali, capace di ridurre del 90 per cento le emissioni di carbonio rispetto al diesel tradizionale 

“Tanti esempi ispirazionali anche se ogni progetto ha la sua specificità”, è quello che ricorda Giovanni Pompili, Head of Studies di Green Film Lab. “In più – aggiunge – quello che cerchiamo di fare è utilizzare materiali di scena che possano tornare utilizzabili, e quindi ci è capitato di donare alle comunità locali, alle scuole o ai comuni dove poi magari nascono aree museali o educative. Oppure, si può coinvolgere la troupe in un’attività utile per il territorio. Per esempio, se dovessi girare un film in una zona costiera magari un’attività potrebbe essere quella di organizzare un beach cleaning. Un discorso interessante – conclude Giovanni – è poi quello sul cibo e sul catering, perché imporre un menù vegetariano non funziona ma quello che si può fare è adottare un processo di psicologia inversa. Anziché fare un menù di carne e chiedere quanti vegetariani ci sono, il senso è fare un menù vegetariano e chiedere quanti vogliano la carne. L’obiettivo è far prendere una parte attiva a chi consuma carne, e in un certo senso dargli una responsabilità.” 

Green Film Lab
Luca Ferrario, Direttore della Trentino Film Commission e fondatore di Green Film © Giulia Fasano

La sostenibilità sta anche nel contenuto

Al Green Film Lab, è intervenuto anche Luca Ferrario, Direttore della Trentino Film Commission e fondatore di Green Film, uno strumento sviluppato per promuovere la sostenibilità delle produzioni audiovisive e per guidare i produttori verso la certificazione. “Quello che apprezziamo di più e che diventa fondamentale per ottenere la certificazione è il coinvolgimento della troupe, e la comunicazione con i capi reparto. E per coinvolgimento della troupe intendo metterli al corrente di quello che si fa e perché si fa. E non in maniera informale, ma con un kick-off meeting in cui si sceglie un piano e lo si comunica a tutti. Spesso non si torna più indietro perché la sostenibilità ambientale si porta dietro quella economica. E questo è sotto gli occhi di tutti.” 

La sostenibilità, termine troppo ampio e spesso abusato, ma anche il più comune e accessibile, è un concetto che nel cinema deve passare anche dal contenuto, non solo dalla forma. Due registi che abbiamo incontrato ne sono d’accordo. Per la regista e produttrice Maria Giménez Cavallo, già assistente alla regia di Abdellatif Kechiche e Pietro Marcello, gli umani non sono il centro della narrazione. Nella sua opera seconda, Piggy Baby (Bambino maialino), l’attenzione è tutta su Mino, un maialino che diventa il nuovo animale domestico di una famiglia. “Nel film – ci dice la regista – vorrei ci fosse la soggettiva di Mino, la storia deve cominciare dal basso con una cinepresa che corre. Vorrei ci fossero tanti primi piani di Mino. Non è un modo per rimuovere gli umani, ma per far capire che siamo tutti allineati e intrecciati”.  

Anche il progetto di Tommaso Pitta, regista di The Hottest Summer In History, rivela un interesse nuovo al contenuto. “Questo film antologico (diviso in cinque storie) – ci racconta il regista – avviene durante un’estate caldissima, l’estate più calda della storia. Una sorta di metafora sia letterale che metaforica, nel senso che viviamo uno dei momenti più confusi e tormentati della storia. Il declino della ragione lo interpreto come qualcosa strettamente legato al terrore collettivo di non poter far nulla davanti il cambiamento climatico. Ogni storia nel film racconta un aspetto della crisi climatica, e una di queste tocca anche il tema di sentirlo come un problema da privilegiati. Quando non dovrebbe esserlo, no?”. 

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Fonte:

www.lifegate.it

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