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La qualità dell’aria migliora, ma ora l’Europa ci chiede uno sforzo in più

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Situazione in miglioramento, con criticità persistenti in pianura padana, Valle del Sacco, Campania. Ma le nuove direttive obbligano a fare ancora meglio.

L’aria che respiriamo in Italia sta migliorando, ma non abbastanza. È questo il messaggio che emerge dall’informativa annuale di Snpa – il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, che raccoglie le varie Ispra regionali, pubblicata oggi con i dati relativi al 2025. Il trend di miglioramento si conferma su scala nazionale, ma la nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria – entrata in vigore il 10 dicembre 2024 e da recepire entro il 2026 – abbassa in modo significativo i limiti da rispettare, e fissa una scadenza ravvicinata: il 1 gennaio 2030.

Qualità dell’aria nei limiti, ma con eccezioni 

Per il PM10, le polveri sottili di diametro fino a 10 micrometri, il valore limite annuale di 40 microgrammi per metro cubo (μg/m³) è rispettato in tutte le regioni. Più critica la situazione sul limite giornaliero (50 μg/m³, da non superare per più di 35 giorni l’anno): solo il 92 per cento delle stazioni di monitoraggio è in regola. Le aree più problematiche sono il bacino padano, l’agglomerato Napoli-Caserta e la Valle del Sacco, nel Frusinate. Violazioni isolate si registrano anche nella pianura venafrana, in provincia di Isernia, e a Palermo. A peggiorare il quadro invernale, le frequenti condizioni di stagnazione atmosferica – inversioni termiche, alta pressione, assenza di vento e piogge – che hanno favorito il ristagno degli inquinanti.

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Per quanto riguarda invece i PM2,5, particelle ancora più fini e più pericolose per la salute, il limite annuale di 25 μg/m³ è rispettato quasi ovunque: rispetto alla media del decennio 2015–2024, i livelli registrati nel 2025 segnano una riduzione media del 14 per cento.

La quantità di ozono è ancora problematica

Buone notizie sul fronte del biossido di azoto (NO₂): il valore limite annuale è rispettato nel 99% delle stazioni. I superamenti residui si concentrano in prossimità delle grandi arterie stradali nelle aree metropolitane di Milano, Genova, Napoli, Catania e Palermo. Il trend del decennio conferma una riduzione marcata e progressiva.

Ben diversa la situazione dell’ozono, dove i problemi strutturali rimangono irrisolti. Solo il 9 per cento delle stazioni rispetta l’obiettivo a lungo termine fissato dalla legge (120 μg/m³ come picco della media mobile su otto ore). L’estate 2025, caratterizzata da caldo estremo e siccità, ha aggravato ulteriormente il quadro, con diffusi superamenti anche della soglia di informazione alla popolazione (180 μg/m³ per la media oraria), quella che scatta quando l’esposizione acuta rappresenta un rischio per la salute.

Il nodo del 2030

Il miglioramento registrato ha già permesso ad alcune regioni di uscire dalle procedure di infrazione europee: per il PM10 Toscana, Umbria e Puglia sono rientrate nei limiti; per il NO₂, si sono normalizzate le aree di Torino, Bergamo, Brescia, Firenze, Roma e la pianura ad elevata urbanizzazione lombarda.

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Ma la nuova Direttiva europea introduce limiti significativamente più bassi rispetto agli attuali, e il tempo per adeguarsi è limitato. In larga parte del territorio italiano, le concentrazioni attuali superano già i valori guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, che indica l’inquinamento atmosferico come uno dei maggiori rischi ambientali per la salute. Servono, scrive Snpa, “strategie aggiuntive rispetto a quelle già implementate” e “un’ulteriore, particolarmente rilevante, riduzione delle emissioni”. “Stiamo andando nella direzione giusta, ma dobbiamo farlo velocemente”, ha dichiarato Alessandra Gallone, presidente di Ispra e di Snpa. “La nuova Direttiva europea ci pone obiettivi ambiziosi entro il 2030: non sono solo vincoli, ma un’opportunità per innovare e costruire un futuro più sano”.

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Fonte:

www.lifegate.it

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