La proposta di una raffineria regionale a Tanga, in Tanzania, sostenuta da Uganda, Kenya, e dall’offerta industriale di Aliko Dangote è un test di maturità politica per l’Africa orientale. In gioco c’è la possibilità di trasformare un corridoio di esportazione in una piattaforma integrata di valore. L’oleodotto East African Crude Oil Pipeline collegherà i giacimenti ugandesi alla costa tanzaniana, con approdo nell’area di Tanga. Un’infrastruttura da oltre 1.400 chilometri, pensata per portare greggio verso i mercati globali. Ma proprio questa linearità logistica apre una frattura strategica: ha ancora senso esportare materia prima e reimportare carburanti raffinati a prezzi più alti?
Il presidente kenyota William Ruto ha proposto di costruire una raffineria regionale capace di servire non solo Tanzania, Uganda e Kenya, ma anche mercati più fragili come Sud Sudan e Congo orientale. L’Africa orientale continua a dipendere dalle importazioni di prodotti raffinati, soprattutto dal Medio Oriente.
Questa dipendenza è un moltiplicatore di instabilità. Le recenti tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele lo dimostrano in modo plastico. In Nigeria, ad esempio, l’aumento dei noli marittimi ha fatto quadruplicare, in pochi giorni, i costi di trasporto del greggio verso la raffineria Dangote, mentre il prezzo del petrolio è balzato da circa 60 a oltre 110 dollari al barile. Eppure, proprio in questo scenario di volatilità, la raffineria Dangote – oggi operativa a piena capacità di 650.000 barili al giorno – offre un benchmark concreto.
Dimostra che la raffinazione su larga scala in Africa è possibile e che l’esposizione ai mercati globali si trasforma. Anche raffinando localmente, restano i rischi logistici e geopolitici. Per questo l’opzione Tanga non può essere letta come una scorciatoia verso l’autosufficienza. È, piuttosto, un tentativo di riequilibrare la catena del valore. Raffinare vicino al mercato significa trattenere margini industriali, sviluppare competenze tecniche, creare occupazione qualificata, e rafforzare la sicurezza energetica. Ma significa anche assumersi costi, rischi e responsabilità che oggi sono esternalizzati.
Finché non saranno chiariti alcuni elementi chiave, come la capacità dell’impianto, struttura finanziaria, accordi di fornitura del greggio (feedstock), contratti di vendita dei prodotti raffinati (off-take), il progetto resterà nel limbo tra diplomazia e narrativa. Dangote è più un arbitro: la sua disponibilità è condizionata a garanzie precise. Senza governance stabile e domanda assicurata, il capitale non arriverà.
L’Uganda vuole evitare di restare un semplice esportatore di greggio e difende il proprio progetto di raffineria a Hoima. Il Kenya punta a mantenere centralità logistica attraverso Mombasa. La Tanzania vede in Tanga un’occasione per diventare hub energetico regionale. Interessi legittimi, ma non automaticamente convergenti.
La East African Community è chiamata a fare un salto di qualità: passare da integrazione formale a integrazione infrastrutturale reale. È la stessa sfida affrontata dall’Europa nel secondo dopoguerra, quando la cooperazione energetica divenne il primo passo verso un mercato comune. Ma in Africa orientale il contesto è più fragile, i capitali più scarsi, e il tempo più compresso.
C’è poi la competizione implicita tra modelli. Da un lato, quello estrattivo export-oriented, in cui il valore viene catturato altrove. Dall’altro, quello industriale-integrato, più complesso, ma potenzialmente più sostenibile. La raffineria di Tanga si colloca esattamente su questa linea di faglia.
L’ipotesi più realistica, oggi, è intermedia. Il progetto andrà avanti come piattaforma negoziale, accumulando studi di fattibilità, accordi preliminari e dichiarazioni politiche, senza però raggiungere rapidamente la decisione finale di investimento. In questo scenario, la raffineria funziona come leva: serve a ridiscutere equilibri regionali, attrarre capitali, e testare alleanze.
Ma esiste anche uno scenario più ambizioso. Se i governi riuscissero a coordinarsi, definire una governance credibile, e garantire domanda e forniture, Tanga potrebbe diventare uno dei principali hub energetici dell’Oceano Indiano occidentale. Un’infrastruttura capace di ridurre la dipendenza dai raffinati mediorientali e di dare all’Africa orientale un ruolo più attivo nei mercati globali. Il rischio opposto è che il progetto si dissolva in annunci, replicando uno schema già visto nel continente. In quel caso, l’EACOP resterebbe un corridoio di esportazione, Tanga un terminale, e il valore industriale continuerebbe a essere catturato altrove.
La raffineria di Tanga è uno specchio: riflette le ambizioni dell’Africa orientale di uscire da una posizione periferica nella geografia energetica globale. Se diventerà realtà, segnerà un cambio di paradigma. Se fallirà, confermerà che il problema non è la mancanza di risorse, ma la difficoltà di trasformarle in potere economico
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