La crescente radicalizzazione della destra israeliana, la sua assuefazione alla violenza, alla guerra e a un modo di fare la guerra sempre più disumano e criminale, rivendicato come tale (la retorica del «ci siamo tolti i guantoni»); l’uso sempre più strumentale della questione ebraica e dell’accusa di antisemitismo non solo contro gli avversari ma persino contro qualunque forma di critica o dissenso interno, anche e direi soprattutto contro gli ebrei, con il facilissimo ricorso all’orrenda categoria dell’«ebreo che odia se stesso», equivalente razzista dell’accusa di «socialfascismo» tipica dello stalinismo. L’elenco potrebbe continuare ma penso che ci siamo capiti.
Il punto è che questi fenomeni erano sotto gli occhi di tutti da tempo e da tempo avevano prodotto i loro effetti, particolarmente evidenti in politica, nel giornalismo e anche su internet. La notizia che a sparare con una pistola ad aria compressa contro i manifestanti in piazza del 25 aprile sia stato un ventunenne che si è definito della «brigata ebraica» si inserisce perfettamente, purtroppo, in questo quadro, e dovrebbe sollecitare una riflessione anzitutto tra i sostenitori di Israele che negli ultimi anni, dinanzi ai crimini di Netanyahu e all’isolamento crescente e anche all’odio che hanno attirato sul suo governo, su Israele e sugli ebrei in generale, anziché trarne motivo per sfumare, articolare, problematizzare la propria posizione, hanno reagito abbandonandosi senza remore alla logica della polarizzazione, alla dialettica dell’occhio per occhio, in una spirale senza fine.
È una reazione di chiusura mentale anche comprensibile, dopo quello che è accaduto il 7 ottobre e ancor più dopo aver misurato l’indifferenza, la sotterranea comprensione o addirittura l’aperta celebrazione di quell’atrocità da parte di tanti, in tutto il mondo. Ma ormai anche le vittime del 7 ottobre sono finite nel lungo elenco degli argomenti strumentali e insinceri, utilizzati per giustificare la guerra senza fine e senza limiti all’esterno e la violenza e la sopraffazione continua all’interno, dove tutto diventa alibi e pretesto per alimentare o coprire le violenze dei coloni e la continua espansione dei loro insediamenti, l’autoritarismo, il suprematismo e la pura e semplice prepotenza. La ciliegina sulla torta di questa deriva è rappresentata dall’intesa con Donald Trump, dall’entusiastica partecipazione al Board of peace e alla sfortunata crociata Maga in favore di Viktor Orbán, il padre della democrazia illiberale, assieme a tutto il resto della compagnia di autocrati corrotti ed esaltati in cui Netanyahu ha trascinato Israele e i suoi sostenitori, un tempo i più strenui difensori della democrazia liberale e dei suoi valori.
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