HomeAnalisi & InchiesteMeloni scarica Netanyahu e litiga con Trump, ed è solo mercoledì

Meloni scarica Netanyahu e litiga con Trump, ed è solo mercoledì

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Alla terza dichiarazione in ventiquattro ore sullo scontro Casa Bianca-Vaticano, in un crescendo mozzafiato dal timidissimo al tonitruante, dall’indecifrabile e quasi inudibile primo comunicato di lunedì mattina (in cui si limitava a fare auguri di buon viaggio al Papa) fino alle parole sempre più esplicite di lunedì sera e poi ancora di ieri mattina, Giorgia Meloni è finalmente riuscita a farsi attaccare da Donald Trump, che se ne è detto molto deluso in un’intervista al Corriere della sera. Vedremo se la spericolata manovra della nostra presidente del Consiglio otterrà qualche effetto e soprattutto se il disperato tentativo di trovare il suo «momento Sigonella» non finirà come il tentativo precedente, compiuto per non sbagliare proprio su Sigonella, prima facendo filtrare la notizia di un clamoroso rifiuto opposto agli americani sull’uso della base e passando poi intere giornate a spiegare che non c’era stato nulla di nuovo o di diverso rispetto alla pura e semplice applicazione degli accordi.

A rendere la svolta ancora più evidente, forse anche un po’ troppo, c’è poi il fatto che sempre ieri Meloni ha annunciato pure la decisione di sospendere l’accordo di difesa con Israele, come l’opposizione chiedeva da tempo e lei non si era mai sognata nemmeno di prendere in considerazione, finendo così per dare l’impressione che pure Benjamin Netanyahu, apertamente spalleggiato o silenziosamente coperto finché spianava Gaza e aizzava i coloni in Cisgiordania, sia rimasto vittima della vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici (non invidio il consigliere diplomatico che dovrà spiegarglielo), neanche fosse Daniela Santanchè. Insomma, più che un «momento Sigonella», quella della nostra presidente del Consiglio e di tutto il governo somiglia più una fase Savoia, quasi un otto settembre, in cui gli alleati di ieri sono diventati di colpo i nemici di oggi, le truppe sono lasciate allo sbando e non ci si capisce più niente.

A rendere ancora più goffi i frenetici tentativi di prendere le distanze dall’amministrazione Trump c’è poi la concorrenza di Matteo Salvini, che fino a qualche mese fa gareggiava con Meloni per chi invitava prima Elon Musk e tutta l’amministrazione americana a colazione, pranzo e cena, e adesso per chi prima se ne allontana. Strazianti, in proposito, i retroscena sui dirigenti leghisti ai quali Salvini avrebbe spiegato l’esigenza di smarcarsi dal presidente americano, che lo avrebbero pregato di farlo almeno con un po’ di gradualità, per non cadere nel grottesco. C’è poco da fare, la corsa ad abbandonare la nave del trumpismo sta diventando comica. Uno spettacolo che del resto non può aver colto di sorpresa i fedeli lettori della presente newsletter, avvisati sin dal 24 dicembre scorso che questo sarebbe stato con tutta probabilità «L’anno in cui vedremo Trump arrancare e i trumpiani impazzire», mentre in Italia ci saremmo potuti finalmente godere «la fuga precipitosa verso le scialuppe di salvataggio, precedute in acqua da una pioggia di cappellini rossi e magliette di Charlie Kirk». E non ve la facciamo neanche pagare.

Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.


Fonte:

www.linkiesta.it

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